venerdì 22 luglio 2016

Le MIE case... (1936-1946)

Era stato domenica scorsa, da un po' l' Espresso (il settimanale) esce accoppiato quasi fosse un supplemento del quotidiano, quel quotidiano La Repubblica che il Cremonini compra dal primo giorno della sua uscita. I motivi saranno aziendali e forse legati al riordino complessivo seguito alla fusione con La Stampa e ai misteri legati alla diminuizione dei costi della distribuzione o altre cose manageriali. Nell'ultima pagina c'è il solito articolo del fondatore, Eugenio Scalfari e mi aveva colpito il titolo "Le mie case", ed era bastato questo titolo a farmi girare il sentimento, senza più approfondire ulteriormente la lettura non riuscendo a dissociare quel nome da una foto del tempo che fu e che me lo fa rivedere, sbagliando certamente, ragazzotto di buona e ricca famiglia, decisamente supponente e tutto proiettato verso un glorioso e facile futuro...

Rimase però dentro di me la voglia di riandare a ripensare alle MIE di Case, quei luoghi che nel tempo sono stati riferimento, prigione, difesa, luoghi di amicizie, di solitudini e, soprattutto di vita. E così ripartii da Ravenna, case popolari di via Fiume, estrema, allora, periferia, senza ovviamente, auto parcheggiate (era il 1938), ma alle spalle un ampio


cortile che terminava contro tanti orti, uno per appartamento, per integrare il ché mangiare
piantando pomodori, verdure varie o anche per mettere una "stia" con qualche coniglio o una gallinotta produttrice di uova, senza rischiare che qualche altro condomino se ne approfittasse.
L'appartamento, al primo piano (sopra al "rialzato"), era decisamente essenziale, la cucina-sala, la camera dei genitori e, fondamentale, il CESSO in casa. Già e il rampollo, quello arrivato con urgenza un po' di mesi prima nel '36? Il Benito dormiva, ovviamente, nel "canapé", salvo quando i genitori avevano visite alla sera per una partita a briscola o tressette o scopa che, allora, veniva messo nel lettone grande. E fu così che qualche anno dopo, camminavo già, andai a curiosare per cercare di capire come mai ridevano ad alta voce e così sentii mia madre fare, in sano dialetto romagnolo, ssstt che il Benito non è sordo...

Memorabili furono una serie di incubi  che mi ossessionarono per molte notti, frutto probabilmente dei racconti di qualche brava amica di mia madre tutto streghe e dintorni. Al centro della stanza c'era un grande tavolo e allora la classica vecchia strega dal naso adunco, tracagnotta che cominciava a girare in tondo tutto attorno in modo sempre più vorticoso e proprio quando spiccava il salto su di me allora mi svegliavo urlando e ... venivano a prendermi, finalmente, e portarmi nel lettone. Forse inconsciamente sapevo che qualcosa stava cambiando, mio padre era tornato dalla Russia in licenza e il festoso incontro dei miei aveva lasciato conseguenze il cui risultato fu il mio fratellino doverosamente chiamato ITALO, in memoria di quel Balbo morto "accidentalmente" colpito dalla nostra contraerea nei cieli della Libia.

Ma ormai erano tempi di guerra e i cuccioli furono trasferiti dai nonni e zii a San Prospero di Imola divisi uno (io) in via Lughese 35, la casa madre con nonni e tre zii fratelli di mia madre con relative mogli e figli, e l'altro, il più piccolo Italo, a Maduno dai due zii più grandi con già 4 cugini più grandi che non dovevano più andare a scuola. Già, Maduno, era stato il secondo acquisto della tribù Geminiani (Ciaraval) un po' prima del '30, un podere nell'ansa del Santerno, quel fiume che nella sua corsa verso il mare faceva una ampia ansa fra Imola e Lugo quasi volesse svincolarsi dalla via Emilia ostinatamente diretta verso Rimini. Quel podere era praticamente circondato dal fiume, protetto da argini sicuri, e ricco di acqua disponibile sempre con terreno pronto a ricevere frutteto e non solo erba spagna e frumento e costituiva quasi un piccolo feudo autonomo. Il mio fratellino era ben protetto, i cugini erano già grandi e c'era specialmente la Bianchina, la moglie dello zio Arcangelo (detto CANXI), nata e predisposta per essere una madre solerte ed efficace oltre che moglie del fratello maggiore che "studiava" da sostituto di mio nonno FITONA andando già allora per mercati.

Già i mercati, anzi "il mercato", quello di Imola, il martedì, giovedì, sabato e domenica e li vedevi tutti, gli azdour nella piazzetta degli uomini, in "caparela", cappello (e, i più vecchi, bastone d'appoggio) stretti spalla a spalla a contrattare, scambiarsi informazioni e notizie su prezzi e andamenti socio-politici. Da San Prospero a Imola sono quasi 7 chilometri, mio nonno ci andava con la cavalla e il biroccino, una cavalla stagionata ormai non più da monta, con un po' di disturbi renali che controllava con scrosci enormi alla sosta venati di sangue. A fare quei chilometri ci metteva praticamente un'ora poi si arrivava allo stallatico dove poteva riposare per il ritorno. Qualche volta mio nonno mi aveva preso con lui e mi venivano degli attacchi di invidia quando ci sorpassavano un paio di capoccia più giovani con dei cavallini e dei biroccini "da corsa" e degli schiocchi con la frusta quasi a sfottere, ma stavo tutto zitto per non disturbare il nonno tutto preso dai suoi pensieri, anche se ogni tanto mi scompigliava i capelli sulla testa come per dire so che ci sei, figlio della Valda, quella benedetta matta e spigolosa e dalla lingua tosta.

Ma torniamo alle case, perché lì in via Lughese forse c'è stata la mia prima vera casa. Da poco era morto mio zio GIANO', Giovanni, uno dei fratelli di mio nonno (l'altro, Celso, aveva messo su famiglia e podere al confine) che non aveva messo su famiglia ed era stato lo ZIONE, burbero, che ci aveva tenuto un po' tutti sulle sue ginocchia per raccontarci le storie, e che aveva voluto la radio, quelle enormi radio dell'epoca, per poter ascoltare il suo DUCE.

Morendo aveva lasciata libera una camera al primo piano e lì avevano messo il sottoscritto, nello stesso piano c'erano le altre stanze per ognuno dei tre zii (Domenico, Ernesto e Lino) e relative mogli e figli piccoli, poi la stanza della mia adorata e giovanissima zia  Carolina e con lei le mie cugine Bruna e Flaviana. Mi ero sentito importante in quella stanza solo mia, con una finestra  esclusiva che dava proprio sull'uscita della stalla con rumori tutta notte per il muoversi di vacche  vitelli , le voci dei miei zii al lavoro, le imprecazioni del bovaro (mio zio Domenico, Minghì) la cui giornata cominciava presto, prima di tutti, ad accudire vacche vitelli, cambiare il loro letto di paglia, mungere. L'unico vero inconveniente di quella stanza erano i racconti dei miei cugini più grandi che parlavano dei morti che ogni tanto tornavano a controllare come mi comportavo ...

Per concludere questa prima puntata sulle "mie" case non posso che sottolineare come questa è stata la mia prima, e forse  unica, casa della mia vita. Poi arriveranno le altre, quelle del collegio di Villa san Martino di Lugo, del Seminario di Imola, e poi Trieste ed eccetera ma nessuna di loro fu solo ed esclusivamente MIA. 
 
 

 

4 commenti:

  1. Bella Storia . Di aria di Romagna solatia dolce paese.da seguire passo passo . Con intervalli di lettura e di pensiero . La vera casa quella solo tua con i morti venuti a controllare .non erano un inconveniente i morti se si ricordavano di te ma erano presenze di vita. salutari .fortunato te che li hai avuti.carrellata di case .interessanti . Che festa quel Cesso finalmente dentro casa .cesso in raccoglimento. come altare.

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  4. Al di là del fatto che adoro i racconti di vita, devo dire che questo inizio di racconto mi ha ricordato una canzone di Jannacci (El me ndiriss) che mi ha sempre riempita di malinconia.
    https://www.youtube.com/watch?v=D0WYRK5oMXQ

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