mercoledì 23 maggio 2018

ITALIA 1915. Ricordi da un vecchio blog.

Ritrovo un vecchio blog che mi pare in questa data utile ricordare, anche se forse non è più di moda. O forse sono io a pensare vecchio. Comunque metto il LINK e …

                                                
buona lettura.


domenica 20 maggio 2018

Storia di un Chimico sub normale ... 6.0 si gioca agli eroi...


All' inizio del IV anno ormai sembravamo assestati, i singoli tic dei prof erano stati individuati ed assorbiti, anche la mia  parlata assomigliava in qualche modo a quella dei nativi, compreso il termine ricorrente e per me non noto e che in fondo era il solito uso che si fa nei dialetti di una ben precisa parte anatomica che nel mondo della Romagna è indicato come pataca che assume il significato (rivolto ai maschi) di presuntuoso, idiota, fanfarone e via raccontando. Il mona triestino calca più l' accento nella direzione di povero scemo, credi a tutto e via raccontando quasi a sottolineare la situazione quasi subalterna del maschio nel normale andamento della vita. Del resto nel mio poco girare in Croazia e Slovenia mi son reso conto dell' importanza non solo familiare del personaggio femmina in quelle società sia nel mondo agricolo che nel mondo operaio.

Ancora in quegli anni (adesso non so…) il fattore alcool nel mondo operaio subalterno era terribile e, come forse ho già più volte ricordato, diventava ancor più determinante il SABATO, giorno di paga, un sabato l' acconto, quello successivo il saldo con le mogli o le figlie a presentarsi per ritirare la busta. Il tragitto verso casa era troppo ricco di tentazioni che finivano spesso in MUSICA Per fortuna non era il rischio di mio padre Già abbondantemente vaccinato dal dominio della Valda, mia madre.

Ma torniamo al vissuto, c'erano fremiti in giro, 11 anni di occupazione militare anglo-americana cominciavano a pesare, l' evidente compiacenza degli inglesi verso la zona B sotto amministrazione Yugoslava di TITO irritava non poco, ma entrava anche in gioco il largo spazio che il Governo italiano dava a Genova e Venezia per i porti e le industrie collegate. In questo modo entravano in sintonia gli operai, gli operatori economici e, ovviamente, la parte STUDENTI molto sensibili ai richiami considerati di "destra". Bisogna anche aggiungere l' afflusso di esuli "istriano-dalmati", molto coccolati dalla Chiesa di Monsignor Santin e dal Sindaco Gianni Bartoli (soprannonimato Gianni Lagrima, per il continuo piagnare sugli esuli, destinatari di aiuti e facilitazioni che venivano viste eccessive). Tutti fattori, anche se fra loro contrastanti, che in qualche modo attraversavano la generalità cittadina dell' epoca, senza dimenticare il "martirio" del Cardinal Stepinac di cui si preferiva non ricordare la cordialità verso gli USTASCIA di ANTE PAVELIC, signore e padrone della CROAZIA  ricamando sul suo essere imprigionato dal TITO, causa ovviamente di tutti i mali.

Cominciò così una serie di manifestazioni fra studenti, in prima linea noi dello OBERDAN e quelli del NAUTICO che facevamo a gara nell' organizzare gli scioperi entrando dalle finestre basse, opportunamente lasciate aperte, per aprire le porte delle  aule con il tacito consenso delle autorità. A questo riguardo mi vien in mente quella volta che c'ero anch'io fra gli EROI e mentre stavamo complimentandoci per essere riusciti a far uscire tutti (avevamo fatto scioperare anche quelli del Classico Petrarca e i futuri Ragionieri del Carli) arrivò il preside, alto quanto Vittorrio Emanuele III, con la pipa in mano e, bofonchiando, ci chiamò per nome uno per uno concludendo tranquillamente: e ADESSO IN AULA. 

E noi entrammo … (e quando ci penso rileggo "e l'infame sorrise" con De Amicis).

E per oggi fermiamoci qua, nessuno ancora era morto...

lunedì 14 maggio 2018

Storia di un Chimico sub-normale... Verso la maturità 1.5 bis

Nella puntata precedente mi accorgo di avere divagato, mi succede spesso quando parlo di San Prospero, della casa con la grande famiglia operosa con i nonni, i 5 fratelli, le relative mogli e poi i figli. Veramente prevalevano le femmine 4 a 1 e, a parte la Flaviana, mia coetanea, anzi lei di gennaio e io di dicembre, ma l' anno era sempre lo stesso, 1936, quello dell' Impero...

Ma torniamo a Trieste, il biennio era finito e nel 1952 basta con le scale, ciao a Via Besenghi, con il grande giardino, si andava in San Nicolò, due passi da casa in via Parini. Una passeggiata, anche quando tirava la BORA. Già la Bora, quel pazzo vento che quando ci si mette comanda lui specie negli spazi aperti come appena usciti di casa in Via Parini 4 e poco dopo l' imbocco della Via Vidali... Nei giorni di Bora si stendono le catene per aggrapparsi e meno male che nei giorni di disegno non usiamo più "el tabellon" (che con la bora fa vela) con la sua brava riga a martello e si disegna di rado, oramai parliamo solo di architettura. Discorsi alti.

C' è infatti da sottolineare che non volevamo essere confusi con i geomentri, tutta altra roba, non per niente siamo LICEALI!!! Tornando poi a quella specifica materia, meno male e per fortuna che al biennio avevamo avuto un brillantissimo docente in quella materia, materia che in pratica dovrebbe essere propedeutica e di supporto per future lauree, nel peggiore dei casi, di tipico ingegneristico e simili, anche se noi dello scientifico siamo anche "più meglio" di quelli del CLASSICO

C' era anche una altra particolarità ed era che Il docente era di origine ebraica (e non era l' unico fra i nostri prof), e sopravvissuto  agli eventi della guerra. Trieste, infatti,
su questo aspetto ha avuto una storia molto particolare, ad esempio non esisteva il ghetto,  molti di quella comunità erano fin dall' inizio del secolo di sentimenti nazionalisti filo italiani e dal punto di vista economico erano molto presenti nei commerci con il vicino oriente. E tutto questo per sottolineare la semplicità e cordialità dei rapporti con quel particolare prof, anche sapendo che l'atteggiamento politico più diffuso, allora ma anche adesso, sarebbe definibile di "destra", nel senso nazionalista del termine e senza particolare differenze con i sentimenti diffusi anche nel mondo operaio. E io avevo una conoscenza diretta tramite lo zio Giordano che era responsabile PCI in una delle grosse fabbriche triestine e, per dirla in dialetto con la lingua parlata, quelli di là del confine antico erano chiamati appunto con il temine antico "sciavi", come da antica tradizione dei territori contigui istriani e dalmati. Attenti però i triestini non si sentono però assimilabili agli ISTRIANI, troppo lontana la tradizione veneta per non parlare del dialetto, così diverso se ci vivi in mezzo.

Divagando, divagando sarà bene parlare della realtà di questo nuovo prof di "disegno e architettura" visto che adesso al terzo anno c'era un docente un po' particolare intanto per la sua storia personale, aveva alcuni inconvenienti fisici che lo rendevano poco operativo non potendo usare un braccio e poi, soprattutto, un carattere che un po' se le attirava le CATTIVERIE. In questa materia ci sono tutte le filastrocche sugli stili che si succedono negli anni, in classe, e nei secoli, nella storia. E così noi introducevamo l' argomento (ad esempio io con la macchina da scrivere comprata di decima mano)  incollando il relativo testo sul retro di un foglio dell' album e sulla facciata dell' altro foglio, a mano più o meno libera, disegnando alcuni particolari tipici dell' argomento. Il prof naturalmente leggeva, vistava e (molto ogni tanto) chiedeva e gli studenti sono tremendi e poteva succedere poi che qualcuno della classe successiva ereditasse il tuo album, con la scolorina si toglieva la sigla del prof preesistente e così il prof risiglava, senza accorgersene, quello che in teoria avrebbe potuto e dovuto riconoscere. E il mio album, fra i peggiori, girava ancora  quando ormai chiudevo il quinto anno.

Tutt' altri discorsi in storia e filosofia, il docente era segretario di uno dei partiti socialisti, un uomo buono e molto intelligente che spaziava ben al di là della sua materia e, almeno io, lo seguivo con molta attenzione e interesse, forse anche per le esperienze dirette e indirette di vita. Il tono complessivo era, con tutti i prof, fortemente "italiano", probabilmente accentuato dal fatto che eravamo ancora "territorio libero"e quindi ci sentivamo SOTTO OCCUPAZIONE MILITARE. 

C'è un particolare che vale la pena sottolineare (non so se vale ancora oggi) in aula si DOVEVA parlare in "lingua" ma nei corridoi, suonata la campanella, parlavamo tutti in dialetto non solo tra di noi, ma anche con i prof.

Resta il fatto che l' allievo Benito era di nuovo in primo banco, sotto la finestra a sinistra guardando la cattedra, Pillinini aveva cambiato scuola e i prof non sbagliavano più nel chiamarmi e il mio compagno di banco era il figlio di una catena di gelati PIPOLO. Persona splendida e, scoperto per caso qualche anno dopo, avrà una carriera importante come musicista e non solo. Ma ormai i mesi camminano il terzo anno finisce, poi arriverà l' estate e il novembre del 1953 è li che aspetta e il Cremonini ancora non lo sa, saranno giorni importanti...


domenica 13 maggio 2018

MIO PADRE...ricordi di GUERRA ... 5. Si torna in POCHI.

Ormai tutto sembrava concluso, la partita era chiusa, quelli con la camicia di colore nero avevano perso, i vincitori stranieri erano arrivati a sostituire quegli altri stranieri che erano tornati a casa loro, si parlava dell' arrivo di quegli italiani che da tempo si erano impegnati contro i perdenti e quindi rappresentavano la NUOVA ITALIA. In effetti correvano delle voci contrastanti che parlavano dell' arrivo di un gruppo partigiano dal ravennate al comando di un certo BULOW impegnato nella cattura degli avanzi militari e no della R.S.I. e che stava rastrellando tutto il territorio. Altri invece dicevano che era in atto una specie di tregua e si invitava i perdenti a consegnarsi ai sindaci dei territori man mano liberati.

Fu così che mia madre, forse anche dopo i suggerimenti dell' ufficiale italo-americano ospite vicino a noi, "ordinò" a mio padre di mettersi in borghese, prendere la bicicletta e andarsi a consegnare al comando partigiano di Ravenna. In fondo erano circa 200 km di strade basse non coinvolte e passando per il basso veneto e il basso ferrarese, arrivando a Ravenna attraverso le valli 15/20 ore di pedalata non era certo impossibile a non ancora 40 anni. E poi già mio padre aveva fatto centinaia di km durante il ritiro dalla Russia (con i camion tedeschi, che non volevano fra i piedi gli italiani) e quasi sempre a piedi e quindi aveva l'esperienza e il giusto buon senso anche per questa avventura.

L' unico vero errore di mia madre fu di affidare a mio padre i "valori" consistenti in quel po' di ori tradizionali di famiglia e, soprattutto, le cartelle dei prestiti di guerra, unico vero tesoro.  Alla fine mio padre arrivò a Ravenna, si consegnò al Comando Partigiano insediato, pagò non ufficialmente il giusto pegno (la bicicletta e i "valori"), si prese anche il giusto complimento dai vincitori senza particolari inconvenienti a parte un po' di lividi qua e là. Comunque fu rinchiuso e i lividi in qualche settimana scomparvero.

Non furono così fortunati i suoi compagni, anzi, scusate, i suoi CAMERATI. Erano infatti arrivati alcuni Pullman proprio dalle Romagne (proprio come si diceva) e presero in carico gli ausiliari e le ausiliarie, tutte persone che a Ravenna e dintorni non arrivarono mai. Inevitabile conclusione di quella che era stata non solo guerra di liberazione ma anche guerra civile con tutti gli eccessi largamente raccontati. Stranezza vuole che a capo di questa "raccolta dati" ci fosse una persona ben nota fra i futuri condannati, per il semplice motivo che era stato uno dei loro e di grado elevato. Almeno così raccontarono alcuni dei sopravvissuti..

Di certo c' è quello che è stato ufficialmente rilevato e che va sotto il nome di eccidio di Codevigo e fra di loro (136) c'era anche il CALDERONI LUIGI anni 50 GNR ...

Poi per fortuna il tempo cammina e da bambino il  mio ricordo più vivido di Bussolengo fu una vetrina del Natale precedente, 1944, con un calesse in miniatura (si fa per dire, nel senso a misura di bimbo, nel sedile ci saremmo stati in due seduti) trainato da un somarello tutto agghindato, comprese le sonagliere e con una pedaliera per farlo muovere.

Ma torniamo al vissuto quotidiano, tornati a Ravenna l' appartamento "nostro" delle case popolari di via Fiume era stato occupato da altri, il mio amichetto ADOLFO adesso si chiamava PINO, mentre c'era ancora la TIZIANA, la calzettaia (nel senso che in casa "produceva" tessuti a maglia di ogni tipo grazie ad un macchinario adatto e una notevole capacità professionale), e, importante, sua figlia un paio d'anni meno di me ma carina carina. 

Essendo senza casa ci ospitò la NATALINA, una amica di mia madre con due figli già grandi (ALDO e LIA) di padri diversi ma molto dinamica e attiva.  Il marito della Natalina era proprio il Calderoni e la LIA era sua figlia. E la Lia fu  anche il mio primo vero grande amore, avevo nemmeno 9 anni e lei 15/16, era sempre piena di amici con cui usciva anche la sera e tornava tardi... La rividi anni dopo, io avevo più di 20 anni, lei aveva due bimbi, era sempre la mia Lia che mi coccolava anche se c'era come una luce malinconica nei suoi occhi e si rannicchiò tutta contro di me e restammo così molti 10 minuti, chissà forse le avevo ricordato il violino e la voce di suo padre...

Ma la vita continuava, mia madre aveva stabilito un contatto con il comandante partigiano di Ravenna, decisero assieme che per il "mio bene" io sarei andato in collegio a Villa San Martino di Lugo, punto di raccolta di ragazzi "spaesati" di età fra poco più di sei e meno di 25 e di solito senza genitori. Evidentemente qualcosa s'erano detti e capiti quei due ufficialmente lontani per storia politica ma vicini nel vivere comune.

Mio  padre era stato dimesso e, anzi, sempre quel comandante gli aveva trovato un lavoro come sorvegliante notturno in una azienda, "armato"! A mia madre non piaceva l' idea, poteva essere pericoloso e prese contatto con Trieste, dove c'erano Hugo e Giordano (i fratelli più giovani) con le loro famiglie. Fu così che si prepararono al trasloco e a dare addio alla Romagna, affrontando una nuova vita dopo aver messo al sicuro il figliolo più grande, e fisicamente sfortunato, nel collegio dei trovatelli. E il Benito? Il Benito ne aveva di storie ancora da raccontare a cominciare ad esempio dalla Domenica.

Già, la domenica... Alle 8 avevo l' incarico di consegnare l' UNITA' in zona casa per casa (come compenso ingresso gratuito alle 17 alla Casa del Popolo con musica e ballo). Alle dieci servire la messa in Parrocchia, in 5 attorno all' altare, in cambio una buona merenda e il biglietto per il teatrino dei preti alle 15: c'era la commedia. Ma anche durante la settimana c'era da fare, ma il soggetto era mio padre.

E poi c'erano gli amici del cortile, ero stato promosso, adesso facevo parte della "guardia" che sovrintendeva all' ordine di ben due cortili, c'era un capo, il suo fratello "tonto" (era caduto su uno spigolo di marciapiede, s'era spaccato il cranio. C'erano tre cicatrici bianche, una specie di grande Y, i più vecchietti del cortile sostenevano che fosse SCEMO, dalla nascita.... 

MIO PADRE, anzi IL BABBO? ... Lo riincontrerò a quasi 14 anni, finite le elementari in collegio e tre anni in Seminario (perché  mi piaceva l' idea di fare il prete), sembra che mia madre avesse detto MEI MORT CHE PRITT...


domenica 6 maggio 2018

MIO PADRE... ricordi di GUERRA...4. Ancora Bussolengo

La casa che ci ospitava era proprio quasi sulla strada principale d'accesso e la famiglia proprietaria di quel blocco di stanze era molto disponibile, anche perché anche altri locali dello stesso blocco erano impegnati per motivi militari. Vi erano infatti alcuni locali, che accoglievano il gruppo di militi ravennati, adibiti a sala di ristoro (mensa & C.) e, in emergenza, come vere e proprio stanze da riposo anche notturno. Più di qualcuno li conoscevo, specie fra i ragazzi sui 20 anni, e soprattutto il Calderoni che a Ravenna abitava nello stesso blocco di case popolari in casa della Natalina e con loro Aldo, figlio della Natalina, e la LIA (figlia anche del Calderoni) quasi una mia sorellona sui 14/15 anni che spesso mi proteggeva da mia madre quando esagerava nei suoi rimproveri maneschi.

Mia madre si occupava della cucina e così anche Italo, mio fratello non ancora 5 anni, aveva lo spazio protetto dove muoversi liberamente. Ma il divertimento era la sera quando finita la cena e sgomberato i tavoli il Calderoni prendeva il violino e altri due dei ragazzi intervenivano con chitarra e fisarmonica  rendere meno malinconici  i suoni. Durante la giornata erano di pattuglia e penso che a volte non fossero interventi tranquilli anche se non ricordo ci fosse una atmosfera cupa o irosa. Di divertente, impressione di bimbo, c'era anche il servizio che assieme a nostra madre facevamo lungo lo stradone di accesso alla cittadina, stazionavamo in un punto in vista dell' Adige per bloccare la strada al traffico se dovevano passare mezzi militari o fosse scattato l' allarme aereo o ci fosse in giro il solito Pippo pronto a rompere le scatole con una qualche bombetta o, ma di rado, con una mitragliatina qua e là. Ma il più delle volte si era semplicemente lì a respirare all' aria aperta.

C'erano luoghi apparentemente tranquilli ma a volte più pericolosi, come appunto il piazzale davanti alla Chiesa Parrocchiale che era diventato di abituale disponiblità per noi ragazzini, a due passi dai genitori, senza traffico, al massimo qualche bicicletta o carretti trainati da cavallucci o, più spesso, somarini. Ebbene proprio questo piazzale venne piuttosto spesso arricchito di oggetti luccicosi o appetitosi (similcaramelle o cioccolalini), piovuti dal cielo, evidentemente con l' unico scopo di essere presi in mano e spesso esplodere. Non c'erano stati morti, ma qualche pezzo di mano, braccia o di viso era stato portato via da quegli esplodenti LIBERATORI...

Ma l'orologio e il calendario camminavano ormai era l' aprile del 1945 e una sera cominciarono a  passare camionette e motociclette con sopra militari tedeschi e anche polacchi diretti a Nord. Era anche aumentato il ritmo dei bombardamenti diretti sopra Verona, scintillavano là in alto le fortezze volanti sotto il sole di giorno o brillavano le luci dei bengala negli interventi notturni. Passavamo ore di giorno verso Pescantina, all' ombra degli ulivi così folti da quelle parti, a guardare le colonne di fumo e ascoltare il rumore delle bombe attenuato un po' dalla distanza. Eravamo tranquilli, su di noi certamente non sarebbero arrivati, ma i paesani avevano capito che si era alla fine e allora pensarono di provvedere a qualcosa per sé...

C' era infatti non lontano da noi un grosso deposito a sussidio delle varie forze armate italiane e, soprattutto, tedesche ed era piantonato da militari italiani (alcuni colleghi di mio padre) e le persone cominciarono ad affollarsi li attorno finché i militari alzarono le sbarre e le persone entrarono liberamente a rifornirsi. Sfortuna volle che ci fossero ancora in giro le code dell' armata tedesca così quando arrivarono sul posto gli ultimi motociclisti pensarono bene di aprire il fuoco a mitraglia e poi se ne andarono. I primi a cadere morti furono le due coppie di colleghi di mio padre, che in qualche modo avevano tentato di fermare i motociclisti per evitare una strage.

Questo fatto colpì molto e ce lo ricordammo per un pezzo perché nella furia dell' arrembaggio ad approvvigionarsi si erano rotti dei sacchi e neanche a farlo apposta si erano mescolati fra loro zucchero e sale (quello fino) e per molti mesi in casa il caffelatte era caratterizzato dall' abbinamento dei due sapori e la scorta era stata di parecchi chilogrammi. Per non parlare della frutta e delle  fette di patate secche, tutta roba non certo adorata dai palati italici.

Ma torniamo a quegli ultimi giorni dell' aprile, finito quel giorno (era mi pare già il 27/28) all' alba il cielo si riempì di aerei e la radio avvertì di mettere alla finestra lenzuola bianche in segno di resa e ci fu un qualche contrasto in casa mia, con mio padre d' accordo e mia madre INVECE NO. Poi per una volta passò l' opinione del babbo con l' approvazione dei padroni di casa il ché era molto importante perché noi eravamo diventati i perdenti-perduti. Fra l' altro si erano innestati altri problemini per colpa mia, quel povero piede destro nato male e con una circolazione sanguigna (e relativo circuito di rigenerazione) complicata risultava ulcerato e mi faceva male oltre a ridondare di pus...

E anche stavolta accadde qualcosa di imprevisto e inatteso perché un reparto americano si era autoalloggiato dove prima erano gli ultimi SALO' e il loro capitano era italo-americano e, potenza delle donne anche se mia madre non mi pareva fosse un VAMP, aveva preso a cuore la mia condizione...

E allora tutto il paese vide l' UFFICIALE AMERICANO con in braccio il BENITO (figlio del sergente in camicia nera BRUNO CREMONINI) e affiancato dalla moglie VALDA del suddetto fascista attraversare il centro cittadino fino alla postazione americana di pronto soccorso.

Seppi tempo dopo che la cura era stata a base di PENNICILLINA, allora per noi italici ancora sconosciuta.










  




sabato 5 maggio 2018

ERA una notte che...

Era una notte che eee PIOVEEEVAAA e che tirava un fooorte veeento , immaginatevi che grande tormento peer un ALPIIINO che staavaaa vegliaarr…
Quella specie di coro Giovannino l’aveva appena imparato, anzi QUASI IMPARATO, perché incespicava sempre sulla durata delle vocali, e si fermava o troppo presto o troppo tardi e sarà per questo che il suo sub-conscio lo sollecitava anche mentre dormiva a provare. Poi aveva anche un qualche altro problema: la voce andava dove voleva lei e non dove sarebbe dovuta andare e uno dei capi gli aveva detto che non doveva preoccuparsi, succede spesso alla VOSTRA ETA’ (neanche fossimo in prima elementare) ed era che staremmo cambiando voce e, secondo lui, io che potevo sembrare un “soprano” (ma non sono le femmine?) sarei diventato “baritono” se non addirittura “basso”.
E c’ero rimasto male perché mio padre che è carpentiere quasi non passa dalla porta tanto è grosso e alto.
Finalmente Giovannino si era addormentato (quasi subito!) appena tornati sotto la tendona del campeggio montano, prima c’era stato il bivacco con le bracioline cotte sulle braci come sempre dopo il primo piatto, più o meno come sempre di minestrone,  e con le bricioline il solito radicchio con un po’ di rapanelli che, come dicevano i più grandi, servivano ad arricchire con un po’ di ROSSO tutto quel monotono verde.
E’ vero che ormai non ero più un cucciolo, o come è che chiamavano i più piccoli (lui prima non c’era), ma era stato preso in carico e promosso da subito  come PIONIERE.  Chissà se in qualche modo c’ entrava il suo babbo… Comunque c’era stato anche un altro tormentone a scuola con i compagni e che in qualche modo lo infastidiva, a scuola (ed era ormai in terza media) avevano sogghignato e l’ avevano quasi preso in giro quando aveva detto, con un po’ di enfasi, che era stato riconosciuto da subito come “pioniere”.
I suoi compagni avevano insistito si dice SCOUT (anzi boy-scout) invece NO, aveva garantito il suo babbo, gli scout sono altra cosa, è roba da borghesi, noi della sinistra vera abbiamo il nostro organismo democratico che viene dal popolo e che al popolo fa riferimento.
E comunque, qualunque cosa fosse o qualunque cosa si dovesse capire, una cosa era sicura qui sarebbe stato in pace senza i tormenti e gli strilli di quella sorellina rompigliona ogni volta che doveva essere cambiata, o dovesse mangiare o dovesse….
Avranno anche le loro ragioni il babbo e la mamma per perdere tanto tempo con quella lì e del resto devo ammettere che, se non ci fosse stata quella lì, forse sarei dovuto, quasi come sempre, stare tutta l’ estate proprio lì nel cortile condominiale praticamente da solo, già perché gli amichetti e i compagni di scuola erano via, come sempre durante le vacanze, e naturalmente a far casino e sguazzare al mare e fare baggianate sulla spiaggia.
Adesso però approfittiamo e dormiamo perché qui la mattina arriva presto e così adesso mi infilo ben dentro al sacco a pelo in modo da non prendere freddo e domani mattina alle cinque e mezza sveglia, muso sotto la fontanella che piove dal barilotto sopra il ramo, caffè latte e pane secco e poi via. Hanno detto infatti che domani andiamo fino al confine e abbiamo un appuntamento con gli altri pionieri, quelli della “stella rossa” che vengono dalla Slovenia, e che faremo il bivacco proprio nella terra di mezzo, così ha detto il capo, fra i due mondi: quello del FUTURO (il loro) e quello NOSTRO, da cambiare. SPERIAMOLO e… BUONANOTTE. A DOMANI!
Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger, su parole scelte a turno dai partecipanti, organizzato su Verba Ludica.

Storia di un Chimico sub-normale 1.5 verso la maturità.


Mentre li vivi gli anni sembrano lenti, anche se all' epoca erano ancora in vigore i trimestri e si cominciava ad ottobre finendo a giugno e l' estate, quella sì, era una stagione di sole e di mare. Nel mio caso un po' meno perché nell' estate c'era la transumanza e madre e figli andavano in campagna in casa CIARAVAL, fondo CARANTA, S. Prospero di Imola, via Lughese 35. Giusto alla curva che svoltava a sinistra, verso Mordano. A destra, lo stesso incrocio, portava al centro con una  imponente chiesa parrocchiale copia, più in piccolo, della Cattedrale imolese a sottolineare l' importanza del luogo un tempo feudo dei conti Manzoni, gli antichi padroni di nonno Giuseppe detto FITA e pro-zio Giovanni (scapolo) detto Giano', quei conti senza nipoti e senza più averi e ormai defunti con, nel ricordo degli ex-mezzadri, il regno della "pastora" ultima moglie ed erede della dinastia.

Dicono le leggende che alcuni dei "mezzadri" nella loro gioventù gagliarda avessero goduto di avvincenti colloqui con la contessa, del resto pare che fosse un genere di ricreazione diffusa a vari livelli. Dicevano, ad esempio, che mia nonna talvolta ispezionasse la campagna attorno casa in controlli attenti alle distrazioni del FITA con qualcuna delle lavoranti, ma ormai ai miei tempi  era diventato FITONA per l'ampia dimensione assunta dalla sua sagoma . A volte capitava che il nonno mi caricasse assieme a lui sul biroccino e andassimo a Imola nei giorni di mercato... un po' più di 6 km, quasi un' ora di viaggio paziente con le cavalle bolse di mio nonno.

Con le ginocchia coperte, estate e inverno con quel che oggi si chiamerebbe plaid, poteva capitare di sentirmi veramente una nullità quando un qualche pari di mio nonno ci superava in un rettilineo sulla Lughese  e con quei puledrini tutto muscoli e con in più quel tipo di calesse basso e steso neanche fossimo all' ippodromo. E poi l' arrivo a Imola, allo stallatico, con la cavalla che prima ancora di essere distaccata  dai finimenti si liberava di qualche metro cubo di liquido... Poi Fitona andava alla "piazzetta degli uomini", quasi sotto la torre dell' orologio nel centro di Imola ed erano tutti lì, uno addosso all' altro con la "caparèla" (un mantello avvolgente tipico) e il cappello a tesa larga a coprire quelle tonde capocchie calve, a parlare fitto di come andava il prezzo del grano, del latte, dei vitelli e maiali e polli e delle maldicenze economiche e non solo a carico degli altri colleghi.

Io intanto andavo in giro per commissioni ordinate da mia madre, dalle sue cognate e, a volte, delle cuginette molto più giovani che prendevano molto sul serio il Benito che abitava in città e  andava al Liceo... 

E, come sempre, mi sono distratto da quel che volevo raccontare ed è inevitabile, gli spazi, i contatti con un modo diretto e semplice, l'essere in qualche modo importante agli occhi degli altri anche adulti era ed è un tonico fondamentale specie se lo raffronto con il mio essere invece molto sotto quello standard tipico in una grande città e in quel particolare sistema chiuso di una classe del liceo pur "democraticissima" nel fare e nell'essere...

Riprenderemo il discorso, perché presto arriveranno momenti molto caldi in quel micromondo che, non va dimenticato, era sotto amministrazione anglo-americana (+ anglo e con tutta l'aridità prevalente inglese) e con il sentimento diffuso contro gli "sciavi" (termine storico di derivazione della "serenissima", senza significati necessariamente spregiativi) che OCCUPAVANO quell' Istria così vicina e così veneta, che però, e va detto, con Trieste  c' entrava per niente né in senso economico, né in senso culturale e lo si avvertiva subito proprio dal dialetto, così formalmente uguale ma così diverso nell' orecchio.