mercoledì 18 aprile 2018

STORIA di un chimico sub-normale 1-3. Allora si fa sul serio!

Ormai ero convinto anch' io, anche se dopo che era stato scoperto il mio auto-licenziamento" dal Seminario di Imola mi ero chiuso nel mio atteggiamento di rifiuto anche verso una qualsiasi decisione di natura scolastica. Del resto avendo già superato la scuola media inferiore le alternative erano, scartato l' avvio al lavoro in prima battuta, fra i licei e gli Istituti Tecnici, ricordo che allora, 1950, non erano certo tempi di scuola media "unica" e, infatti, quando si trattò di mio fratello di quattro anni più giovane classe 1940, dopo la scuola elementare la soluzione era scontata: l' avviamento professionale perché poi ci sarebbe stato il LAVORO, appena possibile o trovabile, naturalmente con il mansionario minimo. Anzi, in molte parti d' Italia, nelle classi popolari molti erano gli scolari ripetenti e che finivano le elementari a 12 anni e quello era un limite tacito per la scolarizzazione obbligatoria. 

Non dimentichiamo che siamo nel 1950, io andavo alle "SUPERIORI" dopo la media inferiore, quella con il latino alla quale ero arrivato attraverso uno specifico esame dopo la  Va elementare, mentre per gli altri (e mio fratello era "altro")  c'era l' opzione di un corso triennale appunto "professionale" da cui si usciva come APPRENDISTA, categoria OPERAIA. Volendo non c'era nessun "obbligo" scolastico finite le elementari o, meglio, era previsto un obbligo scolastico fino al compimento dei 12 anni (spostato a 14 anni con la Costituzione del 1948) ma per i ceti "inferiori" e le zone rurali e simili fioccavano le bocciature e spesso era già molto se si fossero completate le 5 classi elementari.

Per il mondo di oggi sembra sentire parlare di qualcosa di inimmaginabile eppure per le generazioni come la mia era già molto il reale compimento della scuola dell' OBBLIGO, Naturalmente mi riferisco alle CLASSI INFERIORI... 

Ma torniamo al Benito pronto per affrontare il LICEO e quindi bisognava pensare al vestire, e qui vennero opportuni i vestiti dei cugini imolesi Livio e Gigì che avendo 4 anni in più erano già praticamente dei giovanotti fatti e finiti  e presto gli avrebbero comprato anche la moto un Gilera 150,  all' epoca il non plus ultra dell' avventurosità.

Il riferimento ai miei cugini imolesi suggerisce di soffermarmi un attimo su un aspetto molto specifico, quello cioè della organizzazione interna di una famiglia contadina non solo proprietaria diretta ma che valeva anche se riferita a quella a mezzadria (in questo caso il primo 50% del reddito spettava al proprietario, salvo quanto in qualche modo sottratto alla realtà da un mezzadro intelligentemente "onesto"). Prendo ad esempio l' ordinamento contadino vigente in casa CIARAVAL (il soprannome della tribù dei Geminiani discendenti da Fita e Iusfina), c'erano delle regole economiche molto precise: preso il reddito annuo complessivo, il primo 50 % era la quota "del padrone" e comprendeva nonno Geminiani, suo fratello Gianò  e i  figli maschi maggiorenne, l' altro 50% era suddiviso fra quanti partecipavano al lavoro e quindi di nuovo i primi 7 appena indicati, più i nipoti "maschi" con 18 anni compiuti e gli eventuali "garzoni", aggregati cioè alla famiglia proprietaria. Interessante questa categoria, di solito si trattava di ragazzi di oltre 10 anni provenienti dalle zone collinari che venivano affidati dai loro genitori ai contadini di pianura. In questo modo si garantiva loro un tenore di vita "decente" e le famiglie d'origine sopravvivevano meglio. 

E le "femmine"? Le femmine, cioè le mogli dei miei 5 zii, dovevano accudire la intera tribù sotto il governo di mia nonna Iusfina (Giuseppina Golinelli), con turni settimanali dal lunedì alla domenica e durante il turno dovevano provvedere alla preparazione dei pasti e servizi collegati, oltre ovviamente alla pulizia ordinaria dei locali comuni, tutte poi dovevano provvedere in autonomia assoluta a quanto necessario per la loro singola famiglia. A loro spettavano i ricavi del commercio extra, come prodotti dell' orto, dell' allevamento di pollame e simili (come i piccioni) e/o dei conigli, che venivano venduti al mercato di Imola e i ricavi venivano poi redistribuiti fra tutte le femmine in età superiore ai 18. C'erano poi dei compensi sempre per le "femmine" per lavori interni, come la cardatura della canapa, lavori di sartoria e laneria, il rifacimento dei materassi di crine e tutte quelle specificità non strettamente agricole che venivano discussi fra le singole femmine interessate. Naturalmente quando necessario DOVEVANO collaborare alla pari come nella raccolta delle frutta, la pulizia da erbe infestanti, la sarchiatura e simili.

Ma torniamo al Benito, pronto con la sua giacca e cravatta (quella con il nodo già pronto e sostenuta con un elastico da nascondere sotto il collo della camicia), le scarpe nuove e i pantaloni lunghi che così coprivano anche le origini del suo zoppicare. Il liceo Oberdan non era poi così lontano dalla via Parini, usciti dal portone c'era proprio di fronte l' inizio di via Antonio Caccia e poi in fondo Largo Barriera da attraversare e quindi affrontare la salitella su in alto sopra le due gallerie (nei ricordi quando soffiava la "bora", ed era giornata di disegno, la tavola che ci portavamo dietro faceva da vela e piccolino qual ero rischiavo di farmi portar via) poi finalmente quei meravigliosi giardinetti superati i quali, e di nuovo finalmente, via Paiolo Veronese e quel liceo Oberdan così desiderato ma anche così temuto.

NB: precedenti



sabato 14 aprile 2018

MIO PADRE... ricordi di GUERRA...2. Da Casalbuttano a Bussolengo...

Quella bottega da barbiere non in esercizio, con gli occhi di oggi, potrebbe essere considerata, come una specie di monolocale dotata com'era di tutti gli accorgimenti necessari per viverci, a cominciare da quel grande lettone più che sufficiente a  contenere  mamma Valda (e ricordo la sua eterna aggiunta, come le pastiglie) e i suoi due figlioli, Italo di appena 4 anni e il sottoscritto, Benito, che non arrivava ancora a raggiungere gli 8 e doveva aspettare il 3 dicembre di quel 1943.
A ripensarlo adesso era forse la prima volta che vivevamo tutti nello stesso ambiente perché, per tutta una serie di coincidenze, e anche quando entrambi noi figlioli eravamo a San Prospero di Imola,  vivevamo in case diverse. Già perché da quando era cominciata la guerra, e mio padre era partito per il fronte russo, noi bimbi eravamo stati spostati da Ravenna alla casa originaria di mia madre, quella casa di SAN PROSPERO, in via Lughese 35, dove all' inizio del 1900 erano arrivati sposi novelli la mia nonna Golinelli Giuseppina, detta IUSFINA, e nonno FITA, che all' anagrafe significava Giuseppe Geminiani. Una famiglia di mezzadri al servizio del CONTE MANZONI che in zona era ancora proprietario di un po' di poderi prima di vendere anche quello  e proprio ai miei  nonni dopo la fine della guerra, verso il 1926. In quelle zone vitali anche i ruoli sociali erano in movimento e la guerra, quella del 1915-18, indirettamente era stata promotrice di novità che vedremo fra un po'
All' anagrafe la famiglia s'era arricchita di altri arrivi, a cominciare dall' Arcangelo (detto CANXI) nel1902, nemmeno 2 anni dopo arriva PRIMO e poi MINGHI' (all' anagrafe Domenico), poi Ernesto e Lino (chiamati così, erano nomi insoliti) e siamo già al 1910. Finalmente arriva una femmina, che morirà con la "spagnola", e poi a fine 1912 la VALDA. Intanto qualcosa era cambiato, nonostante mio nonno e i suoi fratelli più giovani ZVANO' (Giovanni) e Pietro anziché al fronte fossero stati mandati nelle fabbriche di Genova e dintorni nelle fabbriche di armi, la gestione del podere in mano a IUSFINA e l' aggiunta di un paio di "garzoni" avevano consentito un notevole miglioramento economico. Ricordo una battuta tratta dai rari racconti di mia nonna che ricordava il suo sistema di gestione casalinga, c'erano sacchi di castagne (i MARRONI) e di noci a disposizione dei ragazzini che così a tavola non arrivavano affamati, tutti alimenti che accompagnati dal buon pane casalingo soddisfacevano l' appetito, mentre polli, anitre e altre simile cose trovavano così disponibilità per la vendita nei mercati settimanali di Imola città.
Finita la guerra continuò lo sviluppo e i bravi e attivi romagnoli accumularono il necessario per acquistare i poderi dai NOBILI PADRONI, si formò così una nuova categoria di padroni in casa propria. Fosse anche influenza del nuovo status politico? Certo molte proprietà latifondiste tipiche del passato "vaticano" sparirono e nelle province romagnole trovò largo spazio la proprietà diretta accompagnata dalla ghettizzazione dei salariati. Nell' Emilia più a Nord non fu così, rimasero le grandi aziende.
Ma torniamo al Benito e Italo, io ero affidato alla zia Carolina, giovanissima sorella di mia madre, nella casa principale detta CARANTA di Via Lughese, Italo invece era nell' altro podere a qualche chilometro di distanza e circondato da una grande ansa del fiume Santerno. Lì c'erano i due miei zii più grandi, Canxi e Primo, con mogli e figli più grandi e ben lieti di avere in aggiunta l' ultimo cucciolo dei Cremonini, anche per una abbondante apporto di altre "femmine", visto che in aggiunta a FINA (Giuseppina anche lei, moglie di Primo) e Bianchina (moglie di Canxi), c'erano Lina e Graziella nate prima dell' atteso maschio (GIGI' cioè Luigi), tutti e tre figli di Primo e Fina, mentre Bianchina  e marito c'erano riusciti al primo colpo.
Ma torniamo ai due fratellini che forse per la prima volta stavamo tutti e due nel lettone coccolati da mamma Valda senza problemi di orari e impegni se non quelli ovvi del vivere, visto che allora non occorrevano tanti accessori igienici o di attrezzature. Fu comunque un problema per poco più di una settimana, giusto il tempo che mio padre arrivasse con un cavallo e un biroccino tanto da caricare tutti con i relativi bagagli e via verso Bussolengo dove ci aspettava un quasi appartamento nel centro sulla via principale che porta alla Chiesa.
Mi viene anche in mente un fatto inconsueto, nel prato retrostante c'era un ampio prato con grandi alberi e c'era anche una quasi mia coetanea, mese più mese meno, che si arrampicava su per il tronco e sui rami. Lei era evidentemente di casa e ben allenata e i bimbi e le bimbe piccole non è che avessero particolari problemi di frequentazioni reciproche e, mentre quella amichetta si arrampicava, mi capitò di guardare in alto (allora non è che ci fossero particolari attenzioni al vestire dei bimbi) e mi accorsi che sotto a quel grembiulino e mutandine lente c'era qualcosa di diverso...
Ma torniamo al viaggio, a metà mattinata finalmente babbo BRUNO arrivò con un biroccino trainato da uno scalpitante cavallo e il caricamento fu veloce, c'erano un po' più di cento chilometri per arrivare a Bussolengo il ché significava molte  ore di viaggio. Viaggio  fantastico specie con gli occhi di uno che praticamente era sempre vissuto in pianura e fu ancora più grande la meraviglia quando cominciammo a bordeggiare il lago di Garda, per non parlare del riattraversamento del PO, senza per fortuna i batticuore del viaggio in corriera Ravenna-Bologna-Casalbuttano della partenza ormai rimasta al passato.
Poi, dopo quasi 10 ore,  finalmente, l’arrivo a Bussolengo. E mio padre fu per la prima volta oggetto di grande interesse da parte mia, in fondo io e LUI eravamo già GRANDI!


MIO PADRE... ricordi di guerra. 1. Dalla Russia a Casalbuttano.


Che buffo, stavo leggendo le solite NEWS di prima mattina  e come per caso c’era un riferimento a una città a me molto nota non fosse altro perché secondo i documenti lì sono nato in un’epoca lontana, il 1936 a dicembre il 3 del mese. La città? Ma Imola, caposaldo della Romagna, quella quasi bolognese, 70 mila abitanti, al centro di una piana ricca di una  florida agricoltura e da sempre (cioè da dopo il 1945)  sicuro insediamento di una maggioranza politica sicuramente legata al PCI e poi, inevitabilmente, al successivo PD.

E anche lì sembra che ci sia un qualche cambiamento legato alla irruenza elettorale delle cosiddette STELLE. Ma non è di questo che volevo parlare, stranamente il pensiero è andato a mio padre, Bruno. Dico stranamente perché se ripenso ai ricordi , all’ infanzia ma anche poi adolescenza e via crescendo a dominare è la Valda (come le pastiglie le piaceva sottolineare), cioè mia madre vera dominatrice e padrona della piccola tribù.
Il più antico ricordo che io ho di lui è l’ entrata nella cucina-soggiorno-pranzo-divano-dove io dormivo delle case popolari di via Fiume 16, Ravenna, anno attorno al 1942. Mio padre entra in casa, io ero in ginocchio e sotto le ginocchia dei sani chicchi di granturco (mia madre era stata buona, altre volte metteva per terra i chiodini da calzolaio!), e mia madre gli intima a provvedere ad una corretta punizione nei miei confronti. L’ allusione era netta e precisa al cinturone della divisa di ottimo cuoio nero, come nera era anche la divisa della MVSN (milizia volontaria  sicurezza nazionale). Non era la prima volta che era stato invitato a farlo, ma stavolta il tono era deciso e richiedeva la immediata esecuzione dell’ ORDINE e mio padre ci provò. Si tolse con calma la giacca, la ripose ben bene sulla spalliera di una sedia, tolse adagio la fondina della rivoltella d’ordinanza e pure il cinturone e lo alzò per picchiare secondo ordine ricevuto ma … non ci riuscì, scansò mia madre, andò nell’ altra unica stanza per cambiarsi e forse anche per sentire in modo meno urlato quel che sua moglie, e madre mia, gli diceva…
Poi i ricordi son pressoché assenti, mio padre partì per la campagna di Russia (i suoi colleghi che erano andati in Spagna erano stati tutti promossi) tornò quasi un anno dopo in una breve licenza e poi, definitivamente, dopo un po’ di mesi a campagna di Russia conclusa con la nota disfatta e aver scarpinato per centinaia e centinaia di chilometri, quasi tutti a piedi, dall’ Ucraina fino a Bologna, centro di smistamento e di raccolta. A piedi perché i tedeschi che rientravano non volevano certo mettere a bordo degli italiani, anche se in camicia nera, ed erano diretti altrove dove pensavano di bloccare la disfatta finale.
A Ravenna intanto riprendeva la vita solita, arricchita dai bombardamenti, il rifugio faceva quasi parte della “casermetta” dove mio padre era assegnato ed era un locale grande, circolare ed era parte di un complesso con funzione di obitorio sotto una torre. Ricordo le vibrazioni indotte dalla caduta delle bombe, ma ricordo anche una atmosfera tranquilla, forse per la reazione protettrice delle madri verso i figli che non DOVEVANO avere paura. Strano a ripensarci. O forse era il ricordo di qualche mese prima quando stando sull’ aia del podere di mio nonno (e  dei fratelli di mia madre) a San Prospero di Imola avevamo visto le luminarie dei bengala su Ravenna quasi in assenza di rumore o altro, data la distanza di qualche decina di chilometri, e sembravano quasi i fuochi d’artificio di certe festività religiose.
Comunque andò tutto bene, almeno a Ravenna, perché altre novità erano in arrivo stante la situazione politico-militare. I cosiddetti alleati erano ormai entrati nel territorio nazionale, si erano attestati sulla cosiddetta linea gotica ed era anche nata la RSI REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA quasi a voler immaginare il ritorno del Mussolini alle origini. Così mio padre dovette scegliere o uscire dalla MVSN o seguire il nuovo destino nella cosiddetta Repubblica di Salò e quindi lasciare Ravenna, come in effetti facemmo.
Di quel viaggio ho ricordi precisi a partire con la corriera (PULLMANN allora non usava) da Ravenna con arrivo a CASALBUTTANO (Cremona). Come famiglia eravamo solo noi 3, mia madre io e mio fratello (meno di 4 anni), mio padre era già a BUSSOLENGO (Verona) dove era di servizio, e la prima sosta era a BOLOGNA dove arrivammo per l’ ora di pranzo in un ristorante quasi alle DUE TORRI, dove adesso al piano terra c’ è la STANDA. Ho un ricordo molto preciso perché proprio mentre arrivò il cameriere con i maccheroni scattò l’ allarme aereo, poca roba, il solito PIPPO (una specie di incubo degli alleati “nemici” costituito di solito da un aereo singolo pronto a bombardare o mitragliare) ma quanto bastava per dover cercare una protezione sicura, un qualche rifugio fino al cessato allarme. E non fu senza conseguenze da quella volta, e per oltre 60 anni, non riuscii più a mangiare un piatto di maccheroni poi potemmo ripartire con la corriera per raggiungere la destinazione il ché significava dover raggiungere il PO e attraversarlo.
Naturalmente accadde anche un altro quasi atteso imprevisto perché una volta arrivati sul PO restammo imbrigliati in mezzo a una colonna militare tedesca e quello era il rischio minore se non fosse che a un certo momento a metà del ponte di barche il motore della corriera decise di fermarsi e il motorino d’ avviamento non riuscì a riavviare il motore. Ho ancora, dopo tanti decenni, il ricordo degli ordini secchi degli ufficiali tedeschi che ormai erano decisi a rovesciare la corriera nel PO e tutti gli adulti erano scesi a spingere il pullman senza risultati tanto che scattava il grido CILECCA. Poi finalmente il motore si avviò e potemmo arrivare oltre il fiume e riprendere il percorso che, inevitabilmente, fu poi di nuovo disturbato dal mitico PIPPO, con blocco e discesa dalla corriera, riparo sul fondo di un canalone per fortuna asciutto, in attesa di capirne le intenzioni e poi finalmente, era ormai buio, arrivammo a destinazione.
Era una specie di fattoria con attorno un parco e un ampio terreno agricolo e la facciata rivolta all’ ingresso aveva come dei negozi così che a noi (mamma e figlioli) toccò quello con l’ insegna di un barbiere e con dentro un grande lettone tipo matrimoniale oltre al necessario per l’ igiene più urgente. Era ora e i cuccioli di mamma Valda poterono sentirsi al sicuro tanto da approfittarono subito, dopo aver accatastato in un angolo i pochi bagagli, per infilarsi sotto le coperte e dormire fino all'alba del giorno senza altri pensieri di aerei, bombe o mitragliate.

prova 1

prova 2
fine

mercoledì 28 marzo 2018

STORIE DI SARDEGNA...




Era ormai lì che stava per arrivare la PRIMAVERA, non serviva il CALENDARIO in quel mini giardino chiuso fra le mura di  queste case. Eppure solo 8/9 decenni fa era stato tutto libero e a disposizione del primo che arrivava. Visto con gli occhi di oggi questo SANT’ AVENDRACE cagliaritano sembra  impossibile fosse  stato  libero  agli occhi, ai passi, ai giochi dei ragazzini ma se guardi all’interno di alcune corti (quelle non trasformate in parcheggio) t’accorgi quel che un tempo  era o, soprattutto, c’era.
Nella Sardegna dei primi del 1900 era in atto una emigrazione costante dai paesi  dell’ interno a 100-200 km da Cagliari soprattutto di ragazzini sui 9-11 anni, maschi, provenivano da famiglie di piccolissimi possidenti di qualche ettaro magari disperso a mini pezzature arrivate come dote delle mogli in famiglie con una dotazione di 12-18 figli, almeno al 50/60 % viventi e questi ragazzini arrivavano “a bottega” da compaesani stabilitisi in città da tempo. Ancora adesso corrono gli stessi cognomi nello stesso settore (macellai, panettieri, fornai, bar e simili) a conferma che la solidarietà paesana era viva e convincente. Ma questo è solo un modo per dare cornice ambientale al microscopico mondo ancora in attesa degli attori.
Il primo a presentarsi, e ci se ne accorge, è il gattone  dal balzo rombante e viene dal terrazzo-tetto del piano secondo (e ultimo) che con un COLPO ben risonante  piomba sul tettuccio di lamiera dell’angolo degli attrezzi del giardino e poi  subito dopo con un altro balzo di quasi due metri arriva sul muro di confine con i palazzi “nuovi” (di 30 anni fa), palazzi a 5 e più piani che sembrano costruiti apposta e messi proprio lì per impedire la “vista a mare”! Strano signore questo GATTO, particolarmente dispettoso sempre alla ricerca di novità utili a scaricare la sua arroganza, iniziando l’ esplorazione.
Il terrazzo sopra è ovviamente dotato di tutti quegli arricchimenti che proteggono (?) l’intimità dall’ altra barricata di palazzoni (anche loro sui 30/40 anni, anche loro come barriera panoramica se non per qualche fugace intimità visiva ferocemente protetta agli sguardi da tendaggi, a volte stagionati come o più degli inquilini)  con arricchimenti dei soliti rampicanti negli ovvi e soliti contenitori pieni di terriccio (che quel bravo “nero” ama scompigliare tutto attorno suscitando ovviamente irritazioni e maledizioni di chi ama ordine e pulizia (la LEI) e di chi cavallerescamente si dedica a prevenire malumori anche se non c’è scopa che lo colga sul fatto a quel delinquente con i baffi.
Ma gatto nero tuttavia non è solo, c’è un'altra abitatrice del terrazzo, timida, discreta, quieta e ostinata passeggiatrice con riposini frequenti e per questo porta con sé la propria casa cercando tuttavia di non lasciare segni del suo passaggio, attenta com’è a non strisciare dove altri possano maltrattarla stante la fragilità della sua casa. E’ appunto la LUMACA, anzi una lumachina nata da non molto e proprio da quelle uova rilasciate dalla lumaca madre e dalle quali alla schiusa emergono quelle neonate come sempre già ben dotate della loro casetta  inabbandonabile.
Poi accadde, come a volte capita, che  qualcuno  si trova con alcuni impicci fra i piedi e non c’è luogo più adatto e apparentemente discreto per disfarsene come un terrazzo, soprattutto se schermato da fiorenti rampicanti tutti attorno. Fu così  che sul terrazzo arrivò, come per caso, un enorme globo di plastica trasparente di quasi due metri di diametro e ovviamente divenne presto oggetto di molto interesse per tutti gli abitanti del luogo, a cominciare naturalmente dal solito gattone tutto compreso nel suo ruolo di unico potente signore del regno. Ma non fu il solo e fu raggiunto, dopo una settimana di lungo cammino, dalla lumachina che, pur scivolando ogni tanto sulla parete della bolla non bastandole la viscosità della striscia a trattenerla, ce la metteva tutta per sopravvivere anche in quel nuovo mistero tentando il più possibile di non farsi notare anche se non poteva nascondere la lenta traccia che lasciava strisciando.
Per fortuna GATTO NERO non pareva interessarsi a lei e dopo un po’ NERO andò alla ricerca di luoghi più interessanti  epperò per manifestare a tutti la sua irritazione come saluto con due zamponate colpì e chiuse l’ oblò della sfera, rendendola così isolata da tutto il resto del terrazzo e, forse senza volerlo, imprigionò la lumachina all’ interno.

Ma per fortuna  anche per la lumachina niente di immediatamente tragico,  c’era aria umidità ed ossigeno per anni, almeno così le suggerivano le memorie incollate nei suoi neuroni ereditati. Quel che invece non poteva immaginare era l’ arrivo imprevisto di un fortunale insolito originato dal solito maestrale che si era giusto incanalato fra le alte case con un furore insolito, tanto da investire quel globo come fosse un palloncino giocattolo. Per la lumachina accadde il finimondo, si sentì rotolare e a volte volare e meno male che la sua scia viscosa faceva da collante sulle pareti, ma si trovò tuttavia a rotolare tanto che  il sole che traspariva dalla parete a volte sembrava addirittura sotto di lei e non capiva, poverina, che era lei a rotolare sotto sopra assieme alla parete in una vera e propria RIVOLUZIONE planetaria che la sottoponeva a un continuo ballonzolare manco fosse ancora all’ interno dell’ ovetto materno…

Però l’ isolamento in fondo era quasi un vantaggio, quella umidità condensata sulle pareti si trasformava in un vapore che in parte ricondensava su di lei come una simpatica doccia e nel liquido c’era anche una microscopica presenza di componenti utili alla sua alimentazione e le venne da pensare che allora non doveva temere per il suo FUTURO, almeno per l’ immediato

E non sbagliava anche perché prima o poi doveva accadere qualcosa d’altro di imprevedibile e, infatti, un vortice catturò quella sfera trasparente e la mandò a sbattere contro un comignolo bello e resistente… e fu così che il mantello della sfera si ruppe in tanti frammenti e fortunatamente uno di questi frammenti trasportò la lumachina planando via via sempre più lentamente fino ad atterrare fra gli arbusti del profumato giardino sottostante.


Una volta tanto era un giardino rustico e non tenuto come si usa dire all’ italiana e proprio per questo pieno di ogni sorta di piante e cespugli, avanzi di foglie e frammenti, pieno di vita e tutti questi angoli e angolini erano da esplorare piano piano e con attenzione così da assaporare ed assimilare quanto fosse utile a vivere e crescere naturalmente… alla faccia di tutti quei gattacci neri e insolenti!!!


FINE…

domenica 21 gennaio 2018

previdente...

E sì ero stato attento e previdente, avevo letto attentamente le prescrizioni del grande capo tanto che avevo provveduto alla stesura per tempo, addirittura prima dell' inizio di quelle che si usa indicare come feste e l'avevo anche attentamente salvato, evitando quel <pubblica> che sarebbe stato un NON OTTEMPERARE agli ordini che il capo aveva indicato.

Poi deve essere accaduto qualcosa (e dire che proprio nel giro natalizio avevo controllato ed era ben salda l'indicazione "bozza" e ricontrollato proprio nell' immediato giorno dopo la BEFANA ed era tutto ancora lì in attesa del GIOCO) perché la bozza è scomparsa annegata nel mio personale disordine mentale e in quelle amnesie che una splendida medichessa sta appunto studiando per vederne le origini. E tutto gioca contro perché quelle cosidddette amnesie quando sono nel suo studio spariscono, tanto che mi è venuto il dubbio che sia  proprio il mio cosiddettto subconscio a manovrare in modo opportuno così da avere nuove occasioni di incontri "professionali" con la dottoressa specializzata in letture del pensiero di vecchietti come me.

Però sono stato bravino con le domande trappola con cui la medichessa cercava di farmi cadere in buca e su una ventina di quesiti apparentemente lontani e contradditori fra loro sono scivolato solo in un caso... sorprendendo me stesso. Evidentemente qualcosa aveva funzionato da catalizzatore e così era momentaneamente scomparso lo svanito prof pensionato facendo riemergere quel chimicastro che conosco da oltre ottanta anni...

Ma ormai è il momento dei saluti ed è già molto che siate arrivati fin qui stando quasi in ASCOLTO ed è arrivato il momento della FUGA dai ricordi e dai sogni sperando che il prossimo venturo match abbia migliore esito.

A domenica, giornata fatidica, sperando di essere in palla...
 

NB:  Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger, su parole scelte a turno dai partecipanti, organizzato su Verba Ludica.  

domenica 5 novembre 2017

STORIA di un chimico sub-normale 1,2 . Si arranca

E ormai bisogna nuotare nella conoscenza, le chiacchiere e le impressioni non possono essere un gioco, ci sono regole, tempi, controlli e persino ambienti. Già eran cominciate le "superiori" e mia madre aveva deciso per me visto che dopo l' uscita dal Seminario non avevo alcuna idea al riguardo, anzi, mi beavo del mio successo, dopo l'incontro-scontro con la realtà.

Il parroco di San Prospero aveva chiamato mio zio CANXI e gli aveva raccontato quel che era successo, unito al suo personale disappunto, e c'era da capirlo, aveva infatti insistito con i monsignori perché mi accettassero "gratuitamente" ed era stato fortunato, perché avevo avuto un certo successo nella schola cantorum. Già ormai eravamo "di successo", infatti oltre ad esibirci nella cattedrale di Imola dedicata a San Cassiano eravamo abitualmente richiesti anche da molti parroci in occasioni speciali di matrimoni, funerali particolari, anniversari. E in questo ero stato fortunato, sembra infatti che io avessi un' ottima impostazione di voce SOPRANILE, voce "bianca" ovviamente, tanto da esser diventato il capetto della mia sezione di voci bianche. Oddio, stavo cominciando a franare, nel Natale 1949 avevano preparato tutto per una registrazione  importante e nonostante fossi esile e mingherlino (28 kg!) e come età avessi compiuto solo 13 anni a dicembre nell' acuto del Scendi dalle Stelle avevo steccato quasi fossi già baritono. Gli addetti c'eran rimasti piuttosto male, però poi ci sono riuscito nel rimpallo con qualche mezza tonalità in meno.

Altro fattore importante di solito ero generalmente disciplinato, fatto questo che va tenuto ben presente, l'ordine e la disciplina sono (erano) virtù fondamentali nei collegi e simili. E non era per caso, nel collegio precedente regnava una disciplina ferrea (c'era persino una cella con tanto di grata e cancello) e se interrompevi i silenzi durante i pasti arrivava l'assistente, allungavi la mano con il dorso ben in vista e ti arrivava violento il taglio di un righello che lasciava il segno. Poi c'erano le versioni da camerata, per le mancanze altre, e allora decine di flessioni ben ritmate per decine di minuti con le ginocchia sottoposte a un ritmo da ballo incalzante (una volta per la tensione riempii le mutande più volte...). E, per un risultato sicuro, non mancavano anche le punizioni collettive del tipo tutti in fila a bordo campo da calcio sull' attenti sotto il sole estivo e guai a muoversi pe 2  o 3 ore.

In Seminario invece come castigo c'era solo il "silenzio" che poteva durare anche giorni e così eri come uno zombi negli intervalli delle lezioni. Durante i riposi vai con i compagni a stuzzicare e provocare e se rompevi il silenzio il tutto veniva  ovviamente prolungato. Del resto non dimentichiamo che, prima ancora, la disciplina faceva parte della spartana educazione casalinga, mia madre (a parte gli scapaccioni) mi metteva in ginocchio sui granelli di granturco o, qualche volta, su  quei chiodini da calzolaio chiamati sementi e una volta riuscì persino a convincere quel buon uomo di mio padre a darmi un po' di cinghiate con il cinturone della divisa, me lo ricordo ancora, povero babbo, era appena arrivato in casa lì in via FIUME a Ravenna e, ancora sulla porta prima di entrare e togliersi la divisa, l'aveva convinto, solo che riuscì a farmi  a malapena una specie di carezza di cuoio spento. Povero BABBO.

Tornando all' incontro in parrocchia, mio zio ovviamente doveva avvertire mia  madre della novità, naturalmente, per lettera (il telefono arrivò qualche anno dopo). Mia madre però doveva aver avvertito già qualcosa, insisteva a  chiedermi come mai il "permesso" fosse così lungo e quando DOVEVO tornare a Imola e io ovviamente divagavo in vario modo e raccontavo di lavori nella sede estiva là sui calanchi fuori Imola e altre simili robe. Poi la lettera arrivò e così  capitò il giorno giusto:  era pomeriggio ed ero tornato a casa dopo essere andato per botteghe a comprare le solite fettine di cavallo, le "bighe" triestine dal panettiere e il latte e uova dal lattaio, così tranquillo suonai il campanello e mia madre aprì e... mi mollò due sonori smatafloni (e per fortuna le uova non caddero e tutto il resto era a prova di caduta).

I giorni successivi furono per mia madre un tormentone continuo, un po' preoccupata per le mie condizioni fisiche inidonee a lavori di fatica, un po' perché un figlio prete (anche se lei i preti non li amava e anni dopo capii perché...) era pur sempre un passaggio sociale e ci aveva fatto i suoi  pensieri seri e alla fine a forza di pensieri, ragionamenti con amiche, decise che DOVEVO andare al liceo scientifico (l' Oberdan di Trieste) la cui sede in via Paolo Veronese era a portata anche dei miei piedi, da via Parini 4. Scelta intelligente, aveva solo dimenticato i punti scoperti in alto con la "bora" a 80-100 km/ora ma la affrontavo con orgoglio e spavalderia nonostante il fisico minuto  che intanto recuperò velocemente in altezza, ma non a sufficienza ... in classe gli indigeni, i triestini (e persino le ragazze!) non erano dei tappi italioti!