sabato 4 novembre 2017

storia di un CHIMICO sub-normale 1.1 premessa.

Non avevo mai sentito parlare di chimica, ma all' epoca era un qualcosa di misterioso, in qualche modo legata ai medicinali come quelli che si usavano in agricoltura. Del resto non potevo non saperlo, venivo dal mondo contadino romagnolo per via di madre e spesso avevo passato lunghi periodi, specie d'estate, lì a San Prospero di Imola in via Lughese 35 e anche nell' altra casa, quella del 1930,  in via Maduno.

In via Lughese nonno Fita (Giuseppe) e nonna Iusfina (Giuseppina) c'erano arrivati sposi novelli proprio all' inizio del secolo e con loro abitavano anche i fratelli minori del mio futuro nonno, Celso e Giovanni (Gianò). Celso poi un po' di anni dopo mise su famiglia e andò a stare in un podere vicino. Gianò invece rimase eternamente scapolo e diventò ZIOHN! (termine con il quale si sottolineava che oltre che zio era, appunto, scapolo, senza famiglia propria). Questa condizione gli permise poi indirettamente di essere il riferimento di tutti noi nipoti più o meno conviventi.

Ma questa premessa cosa c'entra? C'entra perché proprio nelle prime decine di anni del secolo scorso era partita la rivoluzione chimica, prima con i concimi e poi con i trattamenti, come venivano chiamati quelle irrorazioni con la pompa a spalla alle viti, e ad altre specie arboree, contro infestanti anche se facevano privilegio i trattamenti con SOLFATO di RAME e simili.

Già le viti, l' uva, il vino all'epoca, ma anche poi, erano la principale fonte di reddito e alla CARANTA (il nome del podere di via Lughese 35) i CIARAVAL (soprannome dei Geminiani arrivati a San Prospero) tutto questo soprattutto curavano. Gianò in particolare si occupava della cantina aiutato qualche 10 anni dopo da Ernesto  (nome e soprannome coincidevano, visto che era insolito). Altro per gli altri figli come Domenico che diventò Minghì, Arcangelo trasformato in Canxì, mentre Primo e Lino restarono tali. Come poi accadde per Valda (come le pastiglie, amava dire quella che poi sarebbe stata mia madre, poveretta lei!) e Carolina, ultima nata dopo parecchi anni, probabilmente in seguito a una qualche distrazione. E meno male, nata nel 1923 e io nel 1936 fu sempre la mia adorata zia quasi sorellina e più che vice-madre in molte occasioni.

Ma non è questo l' argomento, visto che dovrei aver scelto di parlare di chimica e del futuro Benito e la chimica arriverà solo qualche anno dopo. Intanto c'era stata la guerra, io avevo finito il collegio (dei rifugiati e abbandonati di Villa San Martino di Lugo), poi avevo deciso di volermi far prete e quindi c'eran stati tre anni (1947-1950) di crescita on solo fisica nel Seminario arcivescovile di Imola. Accadde poi che io cambiai opinione, proprio quando mia madre aveva alla fine accettata l' idea di un futuro prete in casa, e così lasciai Imola per andare a Trieste, dove i miei si erano trasferiti da Ravenna, richiamati dai fratelli di mio padre che a Trieste c'erano da sempre e lì tutti e tre erano nati.

Era una storia complicata, l'altro mio nonno (Augusto) veniva da Dozza Imolese (oggi una questione di minuti, allora a piedi un paio d'ore, una decina di chilometri) e siccome era vivace e pure anarchico era dovuto scappare per evitare i caramba ed era finito a Trieste, allora città in piena espansione economica molto ospitale e ben controllata. Dopo un po' si era ambientato, fatto figli e pure sposato ma per i travagli bellici era dovuto tornare a Imola per evitare l' internamento. Naturalmente finita la guerra tutta la tribù era tornata a Trieste (moglie Klopcich e i due figli Giordano e Hugo) lasciando però a San Prospero, dalla sorella, il primogenito Bruno che poi sarà mio padre). La sorella, oltre ad essere "maritata" con un buon partito, era un personaggio importante nella realtà contadina per la sua funzione di "levatrice", termine comune allora per le ostetriche, e quindi a contatto con la parte femminile della comunità, tanto più con il sorgere dell' ONMI Opera Nazionale Maternita' e Infanzia.

E la chimica? la chimica è lì che arriva... In casa nostra, a Trieste via Parini 4, dove lasciato il Seminario ero arrivato nel 1950, venivano a pranzo (mia madre cucinava per loro così arrotondava) due simpatici coniugi, Ada e Carlo e il Carlo lavorava ad Aquilinia dove c'era una grande raffineria (Aquila, poi Total). Questo per il ragazzino di allora era una immagine grandiosa, specie se lo collegavo ai discorsi che Carlo faceva sulla sua prigionia in Australia (catturato in Africa). Così ai discorsi uniti  alle immagini mentali delle fattorie australiane in mano alle "padrone" (i maschi in guerra), questo mondo di petroliere, torri di raffinazione, serbatoi era quasi benzina incendiata su un mondo di sogno futuro. C'ero pure andato lì vicino a sbirciare, a forza di autobus e corriere, ed era tutto affascinante e fantasioso.

Poi c'era anche qualcosa di stimolante nell' ADA, così giovane e adulta per i miei pensieri di adolescente. Tanto più che dopo pranzato spesso andavano a riposare nel lettone dei miei (l'appartamento al secondo piano era minimo, la cucina con balcone sul cortiletto interno, poi la camera da letto con una stufona in ceramica solenne e un letto supplementare per il grande, cioè io (mio fratello Italo, di 4 anni in meno, dormiva in uno stanzino che prendeva luce indiretta dalla cucina). 

E, a parte la chimica, la compresenza femminile era così entusiasmante che un giorno le mie mani esagerarono, tanto che poi mi ritrovai tutto insanguinato e solo la saggezza di mia madre mi risparmiò di sprofondare...

lunedì 18 settembre 2017

1.1 LA MIA SCUOLA, quella antica...

Questo remember nasce da uno scambio di opinioni sul solito FB che era partito da un discorso sul  cosiddetto analfabetismo di ritorno e mi era stato chiesto che scuola avevo fatto io per avere opinioni così non troppo negative sulla scuola di oggi. E così mi è venuta la voglia di rileggere i miei percorsi scolastici che inevitabilmente risentono del profumo dei ricordi. Già perché i prossimi sono 81, e allora erano meno di 6.

Quel che va premesso è che la mia era una tipica famiglia fra una ragazza di estrazione contadina (scolarità, 4a elementare, allora il massimo per le zone non urbane) e un giovanotto vicino ai 30 in qualche modo vissuto presso degli zii medio alti senza una professione definita e una scolarità diremmo oggi da media inferiore. Questa famiglia si era formata sotto l'urgenza del mio arrivo nell' agosto del '36 e con arrivo mio previsto per il febbraio, poi concretamente anticipato all'inizio di dicembre. Mio padre intanto (uno stipendio pur ci voleva) era entrato nella MVSN (320 lire/mese) ed aveva trovato un appartamento a Ravenna, case popolari di Via Fiume, allora fine città confinante con la campagna, camera, cucinasoggiorno (per il pupo) e cesso interno privato, affitto 130 lit/mese. E un orticello privato, uno per ogni condomino, confinante con tutta la serie di cortili comunicanti fra loro.

Nasce così la nuova famiglia, complicata dalle diffuse anomalie fisiche del neonato, in un ambiente totalmente diverso dalle origini. Si passa infatti dalla quasi tribù autoctona di San Prospero di Imola (praticamente unici acquisti alimentari fuori casa erano il sale e la cane di manzo, il magro per il ragù) a una situazione polifonica condominiale così che se starnutisci in dieci ti dicono SALUTE!

Ma tornìamo alla scuola... E io cominciai a leggere prima della PRIMA, mia madre curiosa di sentirsi cittadina e con la scusa del figlioletto cominciò a comprare Il Corriere dei Piccoli e assieme io imparai a leggere e mia madre passò con più sicurezza dal romagnolo all' italiano  "normale", e questo anche perché il dialetto "imolese" denunciava chiaramente  l' origine non RAVEGNANA della persona. Ma ormai eravamo nel '42, mio padre stava per partire per la campagna di Russia e intanto era nato anche il fratellino ITALO (1940), la casa così era piccola e mia madre trasferì i suoi pupi nella casa paterna che intanto eran diventate due, in una tre fratelli Geminiani e nell'altra (MADUNO), a pochi km nell'ansa del Santerno, i due fratelli più grandi e più esperti. Così Italo andò a Maduno e io alla Caranta, perché era più vicina alla scuola elementare.

Già, la scuola elementare nel centro della frazione, costruita non da molto dal regime secondo uno schema architettonico omogeneo in tutta Italia che portava l' Istruzione di Base ovunque e i cui edifici non più utilizzati sono ancora lì spesso ormai isolati però indistrutti e indistruttibili, come molte delle Case Cantoniere. Ma la scuola elementare aveva
un personaggio importante la Maestra Speranza, tale di nome e di fatto. Non c'erano i numeri per fare tante classi ed eravamo misti, uscivamo dalle singole corti e a piedi andavamo alla scuola, quasi 2 km di scherzi, burle, chiasso, prese in giro dei più grandi. Nei mesi freddi in aggiunta il pacchetto con la legna da ardere per la stufa di mattoni dell'aula. Poi capitava che nel freddo dell' inverno si formasse uno strato di ghiaccio sulla superficie de " e CANALAZZ" e inevitabilmente qualcuno di noi provasse a slittare sopra con gli zoccoli e, altrettanto inevitabilmente, il ghiaccio cedesse...

Furono quasi due anni di scuola serena, condivisa e di crescita. Quella maestra, e forse tutte quelle maestre, sentivano la loro missione come vera e importante, ed erano forse ancor più importanti dell'altra fonte di potere, l' Arciprete, che dominava i tetti con il suo campanile, ma la maestra portava il sapere laico nonostante, o forse proprio per questo, il preteso dominio fascista. Già perché il piccolo centro abitato era quello dei braccianti di storiche simpatie socialiste e al momento in fase di incertezza.

E poi il mondo politico e guerresco si modificò, mio padre tornò (qualche cento km a piedi ma vivo), naturalmente scelse, col senno di poi, un orizzonte diverso ed emigrammo a Nord, in quel di BUSSOLENGO, praticamente andare a scuola era l' ultimo dei problemi e la terza elementare  non ebbe un andamento normale, fu frammentata un po' a San Prospero, poi Ravenna e alla fine Bussolengo. Poi  la IV iniziata a Bussolengo  si concluse a Ravenna, era già l' aprile del '45, durò qualche mese condotto in allegria, me lo ri-raccontò una mia
compagna di classe in un incontro casuale durante le prove di laurea nel 61/62 in Chimica Industriale a Bologna. Mi guardò e poi con la sua voce squillante e la cadenza ravegnana urlò MA TE A SIT BENITO? Già ero io, sì eravamo assieme a Ravenna in via Tommaso Gulli, e avanti con i ricordi in mezzo ai colleghi ventenni e cittadini  come quella volta che avevo infilati il medio della mano sinistra in un buco del sottobanco e al suono della campanella non voleva più uscire... Dovettero  chiamare qualcuno per liberarmi a forza di punteruoli e attrezzi simili.

Per la quinta ancora non lo sapevo ma era stato previsto che grazie alle manovre di mia madre sarei andato in collegio a Villa San Martino di Lugo. Già finita nell'aprile la guerra mia madre costrinse mio padre a prendere la bicicletta e andarsene da Bussolengo a Ravenna così da consegnarsi al comando partigiano di Ravenna. Ci andò in bicicletta e tutto andò bene, l'unico errore fu di mia madre che gli consegnò i buoni di stato a suo tempo pagati e quelli assieme alla bicicletta, un po' di pugnoni e qualche livido fu l'unico danno prima di mandarlo a casa dopo qualche mese. Mia madre e il comandante partigiano avevano raggiunto un' intesa. Andò peggio per i colleghi di mio padre, andarono a prenderli con due corriere a Bussolengo per portarli a Ravenna poi sbagliarono strada e dalle parti di Treviso li massacrarono tutti...



venerdì 22 luglio 2016

Le MIE case... (1936-1946)

Era stato domenica scorsa, da un po' l' Espresso (il settimanale) esce accoppiato quasi fosse un supplemento del quotidiano, quel quotidiano La Repubblica che il Cremonini compra dal primo giorno della sua uscita. I motivi saranno aziendali e forse legati al riordino complessivo seguito alla fusione con La Stampa e ai misteri legati alla diminuizione dei costi della distribuzione o altre cose manageriali. Nell'ultima pagina c'è il solito articolo del fondatore, Eugenio Scalfari e mi aveva colpito il titolo "Le mie case", ed era bastato questo titolo a farmi girare il sentimento, senza più approfondire ulteriormente la lettura non riuscendo a dissociare quel nome da una foto del tempo che fu e che me lo fa rivedere, sbagliando certamente, ragazzotto di buona e ricca famiglia, decisamente supponente e tutto proiettato verso un glorioso e facile futuro...

Rimase però dentro di me la voglia di riandare a ripensare alle MIE di Case, quei luoghi che nel tempo sono stati riferimento, prigione, difesa, luoghi di amicizie, di solitudini e, soprattutto di vita. E così ripartii da Ravenna, case popolari di via Fiume, estrema, allora, periferia, senza ovviamente, auto parcheggiate (era il 1938), ma alle spalle un ampio


cortile che terminava contro tanti orti, uno per appartamento, per integrare il ché mangiare
piantando pomodori, verdure varie o anche per mettere una "stia" con qualche coniglio o una gallinotta produttrice di uova, senza rischiare che qualche altro condomino se ne approfittasse.
L'appartamento, al primo piano (sopra al "rialzato"), era decisamente essenziale, la cucina-sala, la camera dei genitori e, fondamentale, il CESSO in casa. Già e il rampollo, quello arrivato con urgenza un po' di mesi prima nel '36? Il Benito dormiva, ovviamente, nel "canapé", salvo quando i genitori avevano visite alla sera per una partita a briscola o tressette o scopa che, allora, veniva messo nel lettone grande. E fu così che qualche anno dopo, camminavo già, andai a curiosare per cercare di capire come mai ridevano ad alta voce e così sentii mia madre fare, in sano dialetto romagnolo, ssstt che il Benito non è sordo...

Memorabili furono una serie di incubi  che mi ossessionarono per molte notti, frutto probabilmente dei racconti di qualche brava amica di mia madre tutto streghe e dintorni. Al centro della stanza c'era un grande tavolo e allora la classica vecchia strega dal naso adunco, tracagnotta che cominciava a girare in tondo tutto attorno in modo sempre più vorticoso e proprio quando spiccava il salto su di me allora mi svegliavo urlando e ... venivano a prendermi, finalmente, e portarmi nel lettone. Forse inconsciamente sapevo che qualcosa stava cambiando, mio padre era tornato dalla Russia in licenza e il festoso incontro dei miei aveva lasciato conseguenze il cui risultato fu il mio fratellino doverosamente chiamato ITALO, in memoria di quel Balbo morto "accidentalmente" colpito dalla nostra contraerea nei cieli della Libia.

Ma ormai erano tempi di guerra e i cuccioli furono trasferiti dai nonni e zii a San Prospero di Imola divisi uno (io) in via Lughese 35, la casa madre con nonni e tre zii fratelli di mia madre con relative mogli e figli, e l'altro, il più piccolo Italo, a Maduno dai due zii più grandi con già 4 cugini più grandi che non dovevano più andare a scuola. Già, Maduno, era stato il secondo acquisto della tribù Geminiani (Ciaraval) un po' prima del '30, un podere nell'ansa del Santerno, quel fiume che nella sua corsa verso il mare faceva una ampia ansa fra Imola e Lugo quasi volesse svincolarsi dalla via Emilia ostinatamente diretta verso Rimini. Quel podere era praticamente circondato dal fiume, protetto da argini sicuri, e ricco di acqua disponibile sempre con terreno pronto a ricevere frutteto e non solo erba spagna e frumento e costituiva quasi un piccolo feudo autonomo. Il mio fratellino era ben protetto, i cugini erano già grandi e c'era specialmente la Bianchina, la moglie dello zio Arcangelo (detto CANXI), nata e predisposta per essere una madre solerte ed efficace oltre che moglie del fratello maggiore che "studiava" da sostituto di mio nonno FITONA andando già allora per mercati.

Già i mercati, anzi "il mercato", quello di Imola, il martedì, giovedì, sabato e domenica e li vedevi tutti, gli azdour nella piazzetta degli uomini, in "caparela", cappello (e, i più vecchi, bastone d'appoggio) stretti spalla a spalla a contrattare, scambiarsi informazioni e notizie su prezzi e andamenti socio-politici. Da San Prospero a Imola sono quasi 7 chilometri, mio nonno ci andava con la cavalla e il biroccino, una cavalla stagionata ormai non più da monta, con un po' di disturbi renali che controllava con scrosci enormi alla sosta venati di sangue. A fare quei chilometri ci metteva praticamente un'ora poi si arrivava allo stallatico dove poteva riposare per il ritorno. Qualche volta mio nonno mi aveva preso con lui e mi venivano degli attacchi di invidia quando ci sorpassavano un paio di capoccia più giovani con dei cavallini e dei biroccini "da corsa" e degli schiocchi con la frusta quasi a sfottere, ma stavo tutto zitto per non disturbare il nonno tutto preso dai suoi pensieri, anche se ogni tanto mi scompigliava i capelli sulla testa come per dire so che ci sei, figlio della Valda, quella benedetta matta e spigolosa e dalla lingua tosta.

Ma torniamo alle case, perché lì in via Lughese forse c'è stata la mia prima vera casa. Da poco era morto mio zio GIANO', Giovanni, uno dei fratelli di mio nonno (l'altro, Celso, aveva messo su famiglia e podere al confine) che non aveva messo su famiglia ed era stato lo ZIONE, burbero, che ci aveva tenuto un po' tutti sulle sue ginocchia per raccontarci le storie, e che aveva voluto la radio, quelle enormi radio dell'epoca, per poter ascoltare il suo DUCE.

Morendo aveva lasciata libera una camera al primo piano e lì avevano messo il sottoscritto, nello stesso piano c'erano le altre stanze per ognuno dei tre zii (Domenico, Ernesto e Lino) e relative mogli e figli piccoli, poi la stanza della mia adorata e giovanissima zia  Carolina e con lei le mie cugine Bruna e Flaviana. Mi ero sentito importante in quella stanza solo mia, con una finestra  esclusiva che dava proprio sull'uscita della stalla con rumori tutta notte per il muoversi di vacche  vitelli , le voci dei miei zii al lavoro, le imprecazioni del bovaro (mio zio Domenico, Minghì) la cui giornata cominciava presto, prima di tutti, ad accudire vacche vitelli, cambiare il loro letto di paglia, mungere. L'unico vero inconveniente di quella stanza erano i racconti dei miei cugini più grandi che parlavano dei morti che ogni tanto tornavano a controllare come mi comportavo ...

Per concludere questa prima puntata sulle "mie" case non posso che sottolineare come questa è stata la mia prima, e forse  unica, casa della mia vita. Poi arriveranno le altre, quelle del collegio di Villa san Martino di Lugo, del Seminario di Imola, e poi Trieste ed eccetera ma nessuna di loro fu solo ed esclusivamente MIA. 
 
 

 

giovedì 14 gennaio 2016

40 anni DOPO...

 
 
 
40 anni dopo ... vale a dire che era 40 anni fa, inizio del 1976, anzi 14 gennaio 1976 che allora era un mercoledì, data memorabile perché iniziava ad uscire "La Repubblica", ma ancor più memorabile per me che alla verdissima età di 39 anni completavo quasi la mia quasi conversione al sistema democratico. (coincidenza strana, il mio quasi omonimo nel 1922 aveva appunto anche lui 39 anni battuta che oggi non fa più ridere come certo non fan sorridere i ricordi, le avventure e le sventure di un quasi 80 enne per un anche 40/50 enne di oggi).
 
Eppure chi mi ha incontrato come lettore anche occasionale sa che il mio percorso di simpatie e appartenenze politiche nasce nell'alveo dell'ultimo fascismo che dicevano repubblichino con riferimento a quella RSI che io avevo vissuto in quegli anni '40 seguendo la mia famiglia a Casalbuttano nel cremonese e poi a Bussolengo nel veronese visto che mio padre dopo la campagna di Russia aveva seguito il suo DUCE nell'ultima fase della sua avventura di Governo, di alleanze, di guerre. Arrivato a Trieste nel 1950 (i miei c'erano già dalla fine del 1946) il clima politico non era certo molto diverso per lo status di quel territorio (TLT zona A) separato dal resto dell'Italia e affidato all'amministrazione anglo-americana, con la zona B affidata all'allora Iugoslavia. Ma non è di questo che voglio parlare se non per sottolineare che in quegli anni se eri a Trieste dichiararsi di sinistra significava essere amici di TITO con quel che aveva significato nei famosi 40 giorni di occupazione slava.
 
Eppure è a Trieste che comincia a convivere in me una specie di doppia appartenenza, mio padre e i suoi due fratelli di condizione operaia (uno dei miei zii era tornato dal campo di concentramento in Germania ed era responsabile del partito (PCI) in una delle maggiori fabbriche triestine), la mia famiglia di posizione opposta e la scuola superiore che frequentavo (L.S. Oberdan) con i figli della buona borghesia triestina. E io? tanta voglia di sapere e di conoscere e di leggere e un ottimo prof di lettere (Suadi) che mi aveva guidato nell'imparare a trovare la biblioteca civica e il prof di storia e filosofia (Lonza), segretario PSI, che si divertiva nell'affidarmi letture e tesine sulla rivoluzione francese. E poi l'edicola con i suoi quotidiani come Il Piccolo, L'Unità, Il Borghese e Rinascita e la parrocchia con i gesuiti di Aggiornamenti sociali e quelli di Civiltà cattolica.
 
Poi l'Università bolognese, il periodo universitario post laurea (1962-66) con borse di studio e infine l'insegnamento in uno dei maggiori istituti tecnico-industriali italiani, Aldini-Valeriani, sempre in Bologna dove ormai abitavo con qualche inframezzo nella natia Romagna e l'ovvio matrimonio e quel che segue di figli e le ovvie e meravigliose gioie e dolori e responsabilità. Intanto politicamente mi ero in qualche modo inserito, quasi da intellettuale, nel MSI locale tanto da essere Consigliere di Quartiere in San Donato (con richiami all'ordine per troppa sintonia con la maggioranza) e contemporaneamente nella segreteria della UIL-UNDEL con la delega per le trattative Comune-Insegnanti (scuola materna, educatori elementari medie, istituti tecnici maschili e femminili di proprietà e gestione comunale).
 
Le mie letture di stampa periodica in qualche modo si erano allargate a Candido (quello di Guareschi) e L'Espresso (quello formato lenzuolo) oltre ovviamente a tutto quel che trovavo in formato economico (tipo BUR e simili) fino, ed è qui il riferimento alla data odierna, all'uscita di Repubblica e poi il cominciare a votare prima MSI e PSI, poi PSI-PCI e, finalmente epoca Craxi, PCI e successive denominazioni...  Naturalmente fine dei rapporti con il MSI bolognese e le mie colleghe aderenti e anche con il sindacato invito ad andarmene dopo il rifiuto di aderire alla componente craxiana.
 
E allora Repubblica? La visione dell'allegato oggi mi ha confermato nell'intenzione di smettere l'acquisto quotidiano di Repubblica e quello settimanale dell'Espresso, non so se e quando, tutto sommato la nuova UNITA' sufficit e la lettura via Internet dovrebbe compensare anche perché facevo i conti e oltre il 15% della pensione vanno per di lì ed è tempo di risparmiare... 
 
 
 
 
 

domenica 20 dicembre 2015

Forse la VALERIA era decisamente migliore dell' ICONA

E cominciamo dal BATACLAN, non certo un localino per disperati in fondo il TICKET, biglietto d'ingresso, viaggia attorno ai 40 euro almeno a leggere quanto indicato per uno spettacolo in programma il prossimo gennaio. E non è poi eccessivo per un locale da 1500 posti, in fondo se pieno son solo 90 mila euro.
 
Del resto le abitudini di famiglia dalla primissima adolescenza (almeno a leggere quel che racconta l'aedo romanziere Fabrizio Gatti su l'Espresso) sono all'altezza del suo futuro perché dalla Terza media le sue "vacanze" sono in solitaria grazie all'INPDAP. A sedici anni eccola già lontana da casa con una esperienza scolastica all'estero (6 mesi in fondo non troppo lontano, in Canadà a 100 km dal Quebec), e tutto l'impegno successivo (grazie anche. suppongo, all'impegno del padre e della madre ben piazzati nel mondo dell'insegnare) per non restare appiedata in termini di percorso scolastico.
 
Non voglio svilire il coraggio, l'impegno personale e le qualità  della ragazza, voglio solo dire che gli ALTRI che lasciano l'Italia per andare nel mondo  sono forse meno avvantaggiati e pure vanno anche loro, magari senza permettersi un monolocale da 14 mq a 550 euro un po' periferico a Parigi e quello successivo, in centro, a 800 euro e per fortuna  "bilocale" dotato, scrive sempre l'aedo, di lavatrice e divano, dove, questo sì purtroppo, abiterà da solo il fidanzato.

sabato 1 agosto 2015

Per non dimenticare o, meglio, andare a rileggere il passato...

 
 
Come ogni anno, e ancor più oggi a 35 anni dell'avvenimento, ci saranno cerimonie, manifestazioni e partecipazioni di popolo e di persone, eppure 35 anni sono tanti. Mi vengono in mente i miei figli che allora erano fra gli 11 e i non ancora 15 anni e come loro tanti quasi cinquantenni per i quali è già molto se collegano i titoli di oggi con un po' delle sensazioni di allora.
 
Come e perché o grazie a chi 85 persone sono morte in un unico evento 147 feriti nel corpo e nel sentirsi offeso dalla sensazione di inutilità e di sbalordimento che potesse mai essere accaduto qualcosa di simile. Troppo semplice o troppo facile indicare settori colpevoli, c'era comunque un terreno di coltura adatto, come oggi, nel linguaggio di certi giornali, negli arringamenti più o meno intensi dei tanti TWEET, ormai spesso solo residui di mal digeriti pasti s li si volesse chiamare con il loro nome,
 
Confrontate i numeri dei tanti attentati che quasi quotidianamente leggiamo o sentiamo, non c'è paragone. I numeri di quel giorno a Bologna sembrano numeri dei bombardamenti in anni lontanissimi. Ripensiamoci mentre di nuovo giochiamo alla DISGREGAZIONE del comune sentire, quando commentatori più o meno illustri inneggiano allo scontro o seri nostri rappresentanti (onorevoli o senatori non importa come non importa se canuti signori o ragazzotti  cresciuti troppo in fretta e inutilmente) si abbandonano alle trivialità utili giusto per qualche secondo di TG.
 
CORAGGIO ITALIA, probabilmente  il PEGGIO deve ancora accadere...


sabato 18 luglio 2015

SONO 70 ANNI... un caldo così...



 
In effetti 70 anni sono tanti, ma se tu sei quasi a 80  ti vien spontaneo pensare com'eri e com'era, 70 anni fa... anche perché non ricordi drammi di 70 anni fa, diversi dai ricordi di guerra con relativi regolamenti di conti specie in quella Emilia-Romagna vissuta vicino alla linea gotica.

Giusto in quel periodo io ero ospite di un collegio a Villa San Martino di Lugo, un luogo che raccoglieva ragazzi di età varia dai 7/8 fino a oltre 20 e dove io ero arrivato da Ravenna grazie agli accordi fra mia madre e il comandante partigiano di Ravenna. Si erano conosciuti a fine aprile 1945 dopo che mio padre, unico sopravvissuto, si era consegnato al comando di Ravenna, nostra residenza, dopo i quasi 3 anni al seguito del suo DUCE in quel di BUSSOLENGO e dintorni. Mai capito da dove fossero nati questi incontri, forse avevano pesato quelle decine di ravennati in divisa da MVSN prelevati a Nord e mai arrivati a casa loro.  Ma questa è storia vecchia.

Dal collegio ogni tanto (due-tre mesi) arrivava con il biroccino e la solita sfiatata cavalla mio nonno FITA, anzi ormai FITONA (Giuseppe, maggiorato per l'abbondante pancia e la non eccessiva statura) e piano piano arrivavamo a San Prospero di Imola luogo dove viveva la tribù CIARAVAL (di cognome GEMINIANI), nonno, prozio, 5 figli con relativi mogli e nipoti divisi in due poderi, partiti come mezzadri a fine '800 e ora proprietari. Erano (e ancor oggi sono, anche se spartite o vendute) 120/130 tornature di buona terra (poco più di 25 ettari) a frumento, erba spagna, vigneto e frutteto.

E così io potevo vivere una decina di giorni da "libero", lavorando, litigando e giocando con i cugini, anche quelli più grandi. Nell' intanto era morto il prozio GIANO' (Giovanni) e allora mi avevano messo a dormire nel suo stanzino con la finestra che guardava verso Nord (in "zò", verso la bassa) proprio sopra la buca del letame. Comunque un "piccolo" problema c'era, i miei cugini più grandi mi raccontavano che ogni tanto i morti tornavano nelle loro stanze e io la sera aspettavo di sentire il passo pesante di GIANO' su per la scala che dall'antistalla portava al primo piano con le cinque stanze, prive di servizi ma con le giuste dotazioni di pitali.

Poi vincevano il sonno e le emozioni della giornata.

Già, la giornata... Attorno alle 4 e mezza (non c'era ora legale, però baluginava già l'alba) si alzava MINGHI' (Domenico, classe 1907, alpino, tornato da poco dall'aver spezzato le reni alla Grecia, era sopravvissuto al ritorno attraverso la Croazia ed era stato dimesso da militare per l'età) per accudire la stalla. Era impossibile non sentirlo mentre scioglieva le varie coppie di vacche per l'abbeverata, riforniva  la posta di fieno, eliminava i residui della digestione avviandoli verso la buca di raccolta, strigliava per bene ognuna di loro, aveva l'abituale diverbio con la "vacca mora". Già, i bovini sono come miopi e così l'umano appare più grande di loro e confuso poi ogni tanto qualche vacca dicono che ha come un difetto di vista e ci vede così come siamo (e MINGHI' arrivava al pelo alla statura di leva) e allora tende a cozzare, prendere cioè a cornate, e mio zio si sfogava con il manico del forcale, così si sentivano i colpi sul dorso della vacca e la litania delle "madonne", le bestemmie che non possono non condire un inizio di giornata normale.

Alle 5 e mezzo toccava a mia nonna, JUSFINA (Giuseppina), silenzioso sergente che passava in rivista il da fare (alla sera non si rigovernava, per tradizione era roba del giorno dopo, la nuora di turno settimanale aveva già dato), poi usciva a cercare la gallina giusta da mettere in tavola dopo aver prima inondato di granturco l'aia con il suo COCHI COCHI COOOCHI e il becchettare sereno delle chiocce sicure di non essere incluse fra le selezionabili, almeno finché producevano uova a sufficienza (il gallo aveva già fatto il suo dovere di maschio ed era libero).

Prima delle 6 scendevano tutti, prima l'ARZDORA (quella di turno) poi gli altri, una risciacquata al viso e fuori a preparare attrezzi e organizzare la giornata. Alle 7 e 30 in casa di nuovo per la colazione.

L'Ernesto apriva la madia, tagliava le fette belle spesse di prosciutto, il fuoco era già stato acceso, le braci pronte e le pagnotte pure ed era un cuocere il prosciutto sulle braci, prenderlo, spremerlo fra le pagnotte tagliate a mezzo e, una volta cotto, spostarsi a tavola integrando il tutto con vino (quello peggiore, il buono era venduto) opportunamente annacquato (mia nonna operava il giusto dosaggio). Niente caffè, sconosciuto, e neppure latte (per i bambini e gli ammalati) e subito fuori per i lavori di stagione assieme alle donne non di turno in casa.

Quella di turno, assieme al caporale nonna, si occupava delle pulizie e del  pranzo (le altre avevano già rassettato la loro stanza e sistemato i pitali).

E così le "terribili" e afose giornate di 70 anni fa venivano affrontate con vestiti non certo estivi, MINGHI' addirittura portava i mutandoni di lana a gamba lunga anche d'estate per i residui di artrosi delle campagne di guerra. Le mie zie avevano calze e vestiti lunghi (per tenere lontana la polvere e i residui vegetali irritanti), ampi fazzoletti a coprire i capelli o i grandi cappelli di paglia. Per le donne era importante, per non assumere l'inevitabile colore del viso cotto dal sole da "contadine"...

Poi il rientro con il rintocchi del mezzogiorno, i risciacqui prima di andare a tavola, un pranzo leggero di solito brodo con pasta (la pastasciutta di rado, quasi sempre solo di domenica) e verdura con qualche piatto con fette di salume o, raramente, con quel formaggio quasi liquido fatto in casa, una specie di stracchino. E subito dopo a letto, si riprendeva alle 15 fino alle 18.

Nessuno lagnava, nessuno si lamentava, niente drammi radiofonici e televisivi. Gli uffici e le case non avevano l'aria condizionata eppure riuscivano a lavorare lo stesso, mio padre lavorava di piccone e badile sotto il sole sugli asfalti triestini. Era l'epoca di quello che chiameranno il miracolo economico.

Non è che le LAGNE sono il giusto apporto della DEMOCRAZIA?