giovedì 24 aprile 2014

Co2 o CO2. Riflessioni.

Può sembrare una cosa da poco, per me però è come un termometro che registra la temperatura. Il Co2 sarebbe una inesistente molecola fatta da 2 atomi di Co (simbolo del Cobalto), CO2 è una molecola fatta da 1 atomo di C (carbonio) e 2 atomi di O (Ossigeno) più nota come Anidride Carbonica.

Se su cose così banali (b apostrofo) inciampa abitualmente un quotidiano affermato come "La Repubblica" come si fa poi a ritenere credibili tante altre "chiacchiere" di tipo redazionali e non su discorsi tecnico-politici-scientifici?

Poi ci si lamenta delle truffe alle staminali?

PS:  se l'errore sistematico fosse nell'attribuzione di un qualche fatto storico o letterario notorio ci sarebbero probabilmente mozioni in Parlamento...


mercoledì 16 aprile 2014

Passo dopo passo...

Qualche giorno fa ero tornato in un piccolo uliveto acquistato in un momento di follia e di nostalgia. A qualche decina di chilometri di Cagliari, un paese chiamato SOLEMINIS, dove la strada finisce per arenarsi su e giù per quei ripidi colli tipici della Sardegna. E' tutto un succedersi di vigne e di uliveti con qualche piccola radura o di terra lasciata a pascolo e dove è più facile trovare a pascolare somarelli che pecore ed agnelli.

L'avevo vista in un annuncio e mi ero incuriosito ed ero rimasto subito colpito ed affondato nella battaglia navale della memoria. Nonostante la diversità di luogo, latitudine, tipologia e via diversificando avevo rivisto il podere dei nonni materni e della tribù GEMINIANI. Certo gli ulivi non erano i Gelsi, i "moor" della Romagna dal colore del loro frutto, ma quelle decine di grandi ulivi  ordinati e però non uniformi per età e ricchezza di fronde (e scoprii anche di resa) mi ricordavano i filari di viti che correvano di lato ai singoli appezzamenti tenuti a SPAGNA, invece che a GRANO, CANAPA o BIETOLA.

Qui i Gelsi sono ancora giovani e, soprattutto, sono sistemati più a sostegno dei filari di vite mentre allora il Gelso era più importante dell'uva perché le foglie erano la pappa dei BACHI DA SETA. 

Chissà se qualcuno ricorda che fin dal secolo XIX l'Italia, assieme a Cina e Giappone era tra i leaders mondiali della produzione della seta e Bologna era la capitale della lavorazione e della tessitura. E ancor più combinazione delle combinazioni proprio l'Istituto Tecnico (allora Comunale) in cui ho insegnato un po' tutte le Chimiche delle varie specializzazioni (da quella per gli edili, e poi gli elettronici e i grafici e etc.) fu voluto proprio dalle corporazioni degli artigiani che lavoravano la seta in modo da formare chi avrebbe lavorato con loro, fondando prima una CATTEDRA di MECCANICA e subito dopo qualche anno la CATTEDRA di CHIMICA perché la seta non andava solo tessuta ma anche tinta. Ma questa è un'altra storia con implicazioni culturali, eonomiche, sociali ed etcetera i cui effetti positivi si sentono ancor adesso.

Ma tornando a quel bimbo che all'inizio degli anni '40 del secolo scorso camminava in quei campi c'era, nei ricordi, una tale sensazione di libertà, di vastità, di spazio e di luce che probabilmente solo il rapporto fra il nemmeno suo metro d'altezza e la vastità relativa degli spazi attorno giustificavano. Ed è ancora ben vivo il ricordo dei due miei zii che s'arrampicavano a pelare i Gelsi portando poi sul carro i sacchi di canapa pieni di foglie che finivano in un particolare magazzino in fondo all'aia dove i bachi crescevano in salute e prestanza fino al momento della consegna a chi provvedeva alle successive lavorazioni. Del resto mai notato che zie, cugine e la stessa mia madre avessero mai indossato capi di seta o anche solo fazzoletti. 

Roba simile arrivò anni dopo la fine della guerra ultima europea e mondiale e si chiamò NYLON (Now You Lose Old Nippon  :) ) anche se, senza saperlo, l'avevano già visto durante la guerra e pure usato visto che con i paracadute che sostenevano i bengala illuminanti le zone da bombardare si ottenevano delle belle camicette e simili con un materiale che assomigliava ma che seta non era.

domenica 13 aprile 2014

ROMAGNA





C'è stato un errore, un post doveva restare in bozza e invece è partito. La foto di questa bella famigliola (mia nonna Giuseppina Geminiani e figli)  è la copia dell'analoga inviata a NONNO FITA Giuseppe) che era stato spedito a Genova, come altri italiani, a lavorare nelle fabbriche belliche dopo CAPORETTO.

domenica 6 aprile 2014

RACCONTO


un serpentello travestito da ANELLO entrò nel mio









piccolo giardino

                                                                                               creando una grande CONFUSIONE





Si intervenne allora a MODO 




APPLICANDO, com'è giusto, la FANTASIA


venerdì 4 aprile 2014

15 agosto 1936. XV EF BRUNO e VALDA sposi.

E si comincia con la presentazione della SPOSA.

Valda, come le pastiglie, anni 24. classe 1912. 

(Anni calienti quelli attorno alla prima decade del secolo, specie in Romagna. Repubblicani, socialisti, anarchici son tutti rimescolati. Si distinguono due  fra gli altri: Pietro Nenni, repubblicano, Benito Mussolini, socialista. Proprio nel 1912 finiscono in galera per avere bloccato un treno di militari destinati alla Libia). 

In questa parte di Romagna però ormai tutto si era calmato, la famiglia Geminiani aveva raggiunto onesti obiettivi, da mezzadri a coltivatori diretti, 120 tornature imolesi di proprietà, quasi 25 ettari ben condotti dai cinque maschi (1902-1911) nell'ordine Arcangelo, Primo, Domenico, Ernesto, Lino e poi i genitori, molto in gamba, IUSFINA (Giuseppina) e FITA (Giuseppe) che con gli anni diventerà FITONA (a occuparsi degli affari capita di aumentare di pancia).

Ma basta con i preliminari. La Valda è la prima femmina viva (una era morta con la SPAGNOLA e la sorella Carolina è del 1923, uno dei casi che capitano quando non te lo aspetti più) e anche piuttosto viziata (tenuto conto dell'epoca) e anche piuttosto in "CONFUSIONE" sul come si deve crescere tanto che si era persino innamorata di un socialista e che faceva pure il ferroviere, sì proprio uno di quelli senza podere e che abitava nel borgo, sempre lì, a San Prospero di IMOLA. Ma quella "FANTASIA" ormai era acqua passata (?), gliela avevano fatta passare, più con le cinghiate che con le parole. Ci aveva pensato lo zio, quello "zione" (scapolone, ma non cacciatore, ci siamo capiti), e LEI alla fine aveva capitolato (il MODO giusto raggiunge sempre gli obiettivi che ci si propone).

In fondo il futuro sposo, ripeteva on le giovani cognate, era un ottimo uomo, della giusta età, allevato dagli zii in una casa confinante, e lo conosce da sempre. Così paziente... e poi sarebbero andati a stare a Ravenna, abbastanza lontano dai ricordi, quei ricordi che rispuntavano anche quella mattina guardando il GIARDINO davanti a casa. Giardino? Molto orto, però anche dei fiori, qualche bel garofano colorato e delle piante grasse e un enorme rosmarino e anche un paio di rose, cresciuti dentro alle vecchie secchie zincate ormai più utilizzabili. 

Com'eran belli quei fiori e quegli odori, specie d'estate e che malinconia andarsene via!

Ma ormai bisogna vestirsi, FITONA sta già preparando il biroccino, IUSFINA è giù da un pezzo che lavora con l'aiuto delle nuore e presto prenderanno tutte la bicicletta per arrivare alla Parrocchiale in tempo per le 11. Gli UOMINI son già "a la boutega" unico locale, quasi mini market, osteria e tutto quel che si vuole, purché si sappia aspettare anche qualche giorno, o dal barbiere come tutte le domeniche mattina. In Chiesa le donne saranno tutte sul lato sinistro (sotto il pulpito) con i bambini più piccoli, maniche e sottane lunghe, fazzolettone sui capelli. Sul lato destro gli uomini, quelli che frequentano assiduamente, in fondo gli altri uomini, in piedi e spesso un po' dentro e un po' fuori. C'è sempre qualcosa da dire, da commentare, da comprare, da vendere.

E adesso la presentazione dello SPOSO.

 LUI, BRUNO, classe 1907, nato a Trieste. Suo padre, Augusto, era stato un po' particolare, buon uomo estroso, anarcoide, era scappato dalle Romagne dell'imolese a Trieste attorno al 1900, la madre, Teresa, una di Lubiana, gran lavoratrice e molto paziente. 

Nel 1914 eran venuti via da Trieste, padre, madre i tre figli maschi e la figlia della Teresa, per evitare l'internamento. La zia Maria, sorella del babbo, e il di lei  marito li avevano ospitati a casa loro, a San Prospero di Imola in una villa proprio adiacente al podere dove già viveva la Valda. E così tutti, proprio tutti, rimangono ospiti fino al  1918 quando  i profughi tornano a Trieste, e il solo Bruno, il primogenito, era rimasto a San Prospero, quasi adottato dalla zia MARIA, levatrice, senza figli, e da suo marito, ottimo uomo per quell'epoca, impiegato di banca fra Imola e Bologna. 

E così Bruno era cresciuto in salute e sapienza, aveva fatto anche le prime due classi sopra le elementari ed era molto dotato ad esempio per fare il sarto ma avrebbe dovuto andare a Bologna a rifinirsi. Il marito della zia  lo preferiva a casa, era sempre utile e poi così si sarebbe dato da fare con il FASCIO locale, specie con i ragazzi (me lo raccontò molti anni dopo a un funerale uno dei "ragazzi" di allora "ma vo' a siv e fiol ed Bruno?" sì io sono il figlio di Bruno). E Bruno con quei ragazzi ci sapeva fare, li organizzava, li portava in gita, magari a Predappio, e poi il calcio e la caccia... E ogni tanto il casino, siamo uomini, s'era preso anche un ricordino, ma di quelli normali...).

E comunque il Bruno adesso aveva raggiunto il suo obiettivo, finalmente quella Valda così indisponente, ma per lui così diversa da tutte le altre, lo sposava e lui aveva anche un lavoro, infatti grazie al partito e al marito della zia aveva l'avevano accettato nella MVSN e gli avevano trovato persino casa. (La paga era di 360 lire al mese e 120 lire era l'affitto per un quasi bilocale con cesso individuale nelle case popolari all'estrema periferia di Ravenna).

E adesso la CONCLUSIONE.

Ma ormai sono quasi le 11, Bruno è già in Chiesa con in tasca il necessario, l'ANELLO, quel pegno eterno di fronte agli uomini e alla Chiesa e che sarà benedetto da DIO per sempre, naturalmente con l'organo a suonare il classico MENDELSSOHN e che, come ogni tanto ricordava mia madre, era in perfetta sintonia con quel che mentalmente canticchiava


s'avenza mel, s'avenza mel 

che tradotto in lingua significa sia "si avanza pian piano" ma anche "si rimane molto male"

PS: in quel matrimonio c'ero anch'io, un po' nascosto, e mi feci vedere da tutti solo un po'meno di quattro mesi dopo, il 3 dicembre dello stesso anno, con qualcosa di incompleto o non del tutto di prima classe, ma senza quei due non sarei qui a raccontare e a rompere le scatole né ad avere ricordi. In fondo se fossi vissuto in un'epoca o in modo più fortunato tutto sarebbe stato quasi certamente molto più insipido né mi pare che i figli e i nipoti del benessere possano vantare qualcosa di migliore, visto che molti ancor oggi sperano che gli venga tutto regalato e non si rendono conto che il miglior regalo l'han già ricevuto e si chiama


VITA

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog "Verba Ludica", al link:   http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ 

giovedì 27 marzo 2014

ULTIMO reduce di EL ALAMEIN

Una notizia piccola piccola, ovviamente, per gran parte degli italioti e per tanti motivi, a partire dalla divisione manichea fra buoni e cattivi che porta a chiavi di lettura esclusivamente partigiane, svincolate dai reali e contingenti sentimenti degli attori coinvolti.

Mi ha particolarmente colpito perché ormai più di 60 anni fa avevo conosciuto una coppia, amici di famiglia che per loro comodità di lavoro venivano a pranzo a casa nostra (Trieste) durante il loro lungo intervallo di mezzogiorno (e così mia madre riusciva a completare indirettamente il rancio familiare), e il Carlo, poco più che trentenne, era stato catturato dagli inglesi proprio in quella che sarebbe stata chiamata la TERZA (per gli italiani, per gli altri la SECONDA) battaglia di El Alamein.

Quei discorsi ben poco riguardavano la battaglia in quanto tale perché c'era tutto un seguito che riguardava la prigionìa e alcuni aspetti molto pittoreschi. Intanto i prigionieri, o almeno una parte di loro, finì in Australia e per motivi molti concreti visto che i maschi in un ampio intervallo di età fu arruolato e spedito in Europa e per questo c'era una forte carenza di personale nelle grandi fattorie australiane. Con aspetti anche quasi boccacceschi, le lady infatti dovevano contrattare con il comandante del campo di prigionia l'utilizzo dei prigionieri stessi e troppo spesso al comandante sembrava che non fosse proprio per l'apporto lavorativo dei desiderati collaboratori, ma per altre attività suppongo di reciproca soddisfazione.

Qualunque fosse il motivo, i nostri italici prigionieri fecero comunque ritorno in patria a scaglioni dal 1947 in poi, proprio pe la fortissima carenza di braccia nell'agricoltura locale. Da notare che negli stessi anni cominciò una fortissima immigrazione dall'Italia all'Australia, dell'ordine di migliaia al mese (oltre 200 mila, fra il 1949 e il 1959)    e molti di questi erano di origine istriano-dalmata che avevano dovuto lasciare la loro patria originaria.

Gli altri discorsi, la motivazione politica, il ruolo dell'Italia, l'aspetto militare, i rapporti con l'esercito germanico, etc. etc. hanno sempre trovato poco spazio nel giornalismo italiano quasi fossero stati gli italiani gli unici colonialisti del mondo. In parte sono stati i più coglioni visto che per molti italiani andare in Africa significava terra da lavorare e uscire da condizioni sociali particolarmente fragili. E ci sono anche aspetti molto interessanti a proposito del petrolio che gli italiani NON TROVARONO e che gli inglesi invece trovarono subito a guerra finita. Si narra che un alto esponente dell'allora AGIP (oggi ENI come capofila) operante in LIBIA ricevette una alta onorificenza inglese a guerra finita, ma erano letture di anni lontani legate a un "matto" come ANTONINO TRIZZINO a partire dal suo libro NAVI E POLTRONE che tanto fece arrabbiare l'ammiragliato italico.




PS. Niente di nostalgico, reminiscenze, anche questa è stata ed è ITALIA.

domenica 16 marzo 2014

UN RICORDO DECISIVO.



Eppure anche stamattina avevo comprato i soliti quotidiani, mi ero sorbito i paginoni di Repubblica con i ricordi del vecchio fondatore ed i suoi ricordi di colloqui a due e tre voci. Mi era tutto scivolato via, come previsto e prevedibile. Poi stasera su Rai 3 c'era una ripresa di quelle ore, di quella folla, e, sarò limitato, di quel pulmino essenziale, forse patetico, quasi raccattato all'ultimo minuto con senso sparagnino, sommerso e disperso in quel mare di folla, ricco più di canti che di bandiere, perché le bandiere eran dentro e i canti, quelli di sempre, eran gli stessi che avevano accompagnato e tuttora accompagnavano le rudi lotte di fabbrica e della vita. 

Son tornato allora in quella dimensione di vita, di speranze, dimensione non poi così lontana guadando il calendario, stupito che fossero passati SOLO 30 anni e che io all'epoca fossi già decisamente grande, come dicono qui in Sardegna, già verso i 50.
E son ritornato a rivedermi con gli occhi di allora e nel ribollire, quasi un marasma, di contraddizioni, di speranze, di sensazioni e di fughe verso il personale individuale. Stranamente proprio in quei giorni c'era un clima di riappacificazione complessiva, uno dei primi a visitare "la salma" era stato Almirante senza particolari meraviglie nè dalla sua nè dalle altre parti. E quel mondo lo conoscevo bene, anche se lo MSI bolognese era altro rispetto a quello di Trieste dove ero cresciuto, decisamente retrò, ostensivamente labari e saluto alla mano, nonostante fosse stato la città di Arpinati.

C'era altro che in qualche modo divideva, come i residui del'68 e i pochi del '76 , molto però veniva in gran parte riassorbito dal partito  (a Bologna "il partito" era, e in parte ancora è, il PCI). Qualcuno dei colleghi che anni prima giocavano al pallone in classe stava entrando nei ranghi, tutti gli altri dispersi nei corsi comunali parascolastici li avevamo immessi in ruolo superando ostacoli di titoli di studio e riconoscendo anzianità indipendentemento dal possesso dei titoli (a Bologna tra istituti tecnici maschili e femminili, scuole dell'infanzia, nidi, dopo scuola medi ed elementari tutti gestiti dal Comune eravamo più di 3000 e io ero il quadro UIL-UNDEL delegato). Era in atto quel che capita dopo una burrasca, c'è una decantazione delle acque così che tutto sembra limpido. Nel mio piccolo io avevo lasciato il riferimento politico MSI, ero passato nelle vicinanze del PSI, ma in rotta di collisione con i craxiani locali e l'occasione per la rottura finale fu un congresso sindacale quando non me la sentii di votare alcuni nomi solo perché così era l'ordine.

E fu così che decisi, forse anche sotto l'emozione dell'avvenimento, di cominciare a votare PCI, difetto che continuai ad avere da allora votando per tutte le successive denominazioni senza più partecipare neppure marginalmente all'attività partitica. C'era già molto da fare nei casini personali e nel lavoro anche extrascolastico.